la discussione sugli habitat nella ZSC “Strette della val Borbera”

Un caso emblematico, quello degli “habitat” di interesse naturalistico (definizione che comprende l’insieme delle condizioni ambientali in cui vivono piante e animali) nella Zona Speciale di Conservazione “Strette della val Borbera”. La concretezza della “terra” (i prati, le orchidee, le vigne, le arature) in contrapposizione alla complessità delle regole (quelle connesse alla normativa europea “Natura 2000”). La vicenda propone e sollecita spunti e riflessioni di ordine culturale, sociale, economico, politico: il rapporto tra l’uomo e l’ambiente – l’importanza della conoscenza – i danni creati dalla mancata informazione – i ritardi nel confrontarsi con la società – i tempi e i modi delle scelte (e delle non scelte) ai vari livelli di governo e amministrativi – l’impegno di quei valligiani che si sono dedicati ad una discussione aperta e costruttiva. Qui di seguito proponiamo la nostra analisi, decisamente lunga ma, nelle nostre intenzioni, sincera, accurata e propositiva.

Introduzione

Sic, un acronimo, oscuro ai più e ininfluente per molti altri”. Così inizia il breve editoriale (265 parole) che apre il numero di novembre 2025 di “Quattropagine – mensile indipendente con a cuore la Val Borbera. L’autore aggiunge: “I Siti di Importanza Comunitaria sono aree dell’Unione europea nate nel lontano 1992, sfociate poi nella rete ecologica regionale Natura 2000, proposte dallo Stato italiano nel 2005”. Leggendo il seguito, si intuisce che l’autore intende esprimere la sua posizione circa quanto è emerso durante la “Procedura partecipata per la revisione e l’approfondimento della Carta degli habitat nella ZSC IT118009 Strette della Val Borbera”, una procedura descritta in modo puntuale nell’articolo  pubblicato il 28 novembre sul sito dell’Ente Aree Protette Appennino Piemontese .

L’ente ha promosso “incontri con i portatori di interesse … che hanno visto la partecipazione dell’Amministrazione comunale [di Cantalupo Ligure], agricoltori, proprietari e viticoltori locali, oltre a soggetti portatori di interesse come Associazioni ambientaliste, le Associazioni agricole, il CAI di Novi Ligure, i Carabinieri Forestali”. Così come avvenuto in precedenti occasioni (quale la procedura partecipata per redigere il Piano forestale aziendale della ZSC IT1180011 Antola-Carmo-Legnà), il nostro Comitato ha accolto l’invito ed è intervenuto all’incontro svolto il 20 novembre a Cantalupo Ligure. Proponiamo uno specifico approfondimento sui temi che sono stati affrontati, seguito dalle nostre riflessioni.

Qualche precisazione e una cronologia

Acronimi: SIC o ZSC ?

Dal sito della LIPU : “La rete Natura 2000 è formata da siti istituiti in base alla Direttiva Habitat (92/43/Cee) e da siti istituiti in base alla Direttiva Uccelli (79/409/Cee, oggi 2009/147/Ce): i primi comprendono i Siti di interesse comunitario (Sic) e Zone speciali di conservazione (Zsc); i secondi sono costituiti dalle Zone di protezione speciale (Zps). I Sic vengono individuati per la conservazione degli habitat elencati in allegato I alla direttiva Habitat e delle specie vegetali e animali (esclusi gli uccelli) elencati in allegato II; solo al termine di un articolato percorso istitutivo, dopo l’adozione di misure di conservazione sito-specifiche, i Sic vengono designati come Zsc. Le Zps sono invece istituite specificamente per la protezione degli uccelli selvatici elencati in allegato I della Direttiva Uccelli e dei loro habitat.”.

Per correggere e integrare la sintesi proposta da “Quattropagine”, ecco, in ordine cronologico, il percorso seguito per giungere alla tutela del sito “Strette della Val Borbera”:

  • 1995/1996: nell’ambito del progetto Bioitaly, il sito viene individuato dalla regione Piemonte (con D.G.R. n. 419-14905, del 29/11/1996) come pSIC (proposta di Sito di Importanza Comunitaria)
  • 2000: il sito viene inserito dal ministero dell’ambiente nella lista dei pSIC a livello nazionale con D.M. 03/04/2000
  • 2005: il sito viene incluso nell’elenco dei SIC trasmesso alla UE (decreto del ministero dell’ambiente 25/03/2005 (in G.U. n.156 del 07/07/2005 atto che include le prime misure di conservazione e delega alle regioni il compito di garantirne l’osservanza)
  • 2007: con decisione della commissione UE del 13/11/2007 (in G.U. dell’UE il 15/01/2008 n.2008/25/CE) il sito viene incluso nell’elenco aggiornato di SIC per la regione biogeografica continentale europea
  • 2017: una volta definite dalla Regione Piemonte le misure di conservazione sito specifiche, il sito viene designato come ZSC con decreto del ministero dell’ambiente il 21/11/2017 (in G.U. n.283 del 04/12/2017)

Riassumendo: a partire dal 2005 il governo ha delegato la gestione del sito alla Regione Piemonte, (è lo stato italiano che risponde nei confronti dell’Unione per gli impegni che derivano dalla individuazione di un sito). Ed è la Regione che, nel 2017, ha elaborato le “Misure di conservazione sito-specifiche con relativa cartografia” (approvate con D.G.R. 6-4745 del 09/03/2017), seguite nel 2018 dal Piano di gestione del sito (approvato con D.G.R. 21-6770 del 20/04/2018). Risale solamente al 2019 la delega della gestione della ZSC all’Ente Aree Protette Appennino Piemontese (con D.G.R. 94/9003 del 16/05/2019).

Normativa

Nell’editoriale di “Quattropagine” leggiamo: “Senza entrare in alcun modo nel merito degli aspetti conservativi di specie ed habitat, operare dentro un SIC [NDR: rectius, ZSC] prevede sicuramente molte restrizioni e obblighi”. Ma entrare nel merito non solo è utile, è indispensabile.

Lo scopo della direttiva 92/43/Cee, conosciuta come “direttiva Habitat”, è “salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato” (articolo 2). Per raggiungere questo scopo, la “direttiva Habitat” prevede misure volte ad assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat e delle specie di interesse comunitario elencati nei suoi allegati. L’articolo 6 stabilisce che spetta ai singoli stati il compito di evitare il degrado degli habitat e delle specie che hanno motivato l’individuazione di ciascun sito.

Il ministero dell’ambiente precisa chei dati [relativi all’individuazione dei SIC e poi delle ZSC] vengono trasmessi alla Commissione Europea attraverso un Formulario Standard compilato per ogni sito e completo di cartografia.” aggiungendo che, una volta istituito il sito, occorre monitorare periodicamente il suo stato, aggiornando il formulario. Qui è consultabile il formulario della ZSC IT 1180009 “Strette della val Borbera”, compilato per la prima volta nel settembre 1995 (1995-09, data riportata secondo il formato anglosassone), mentre l’ultimo aggiornamento risale al dicembre 2024 (2024-12). Il gestore deve seguire e far rispettare sia le “Misure di conservazione per la tutela dei siti della rete Natura 2000 del Piemonte”, tempo per tempo aggiornate (l’ultima versione è contenuta nella D.G.R. n. 55-7222 del 12/07/2023) sia le “Misure di conservazione sito-specifiche” approvate con la sopra citata D.G.R. 6-4745 del 09/03/2017. Nella convenzione di gestione stipulata tra Regione Piemonte ed Ente Aree Protette Appennino Piemontese si stabilisce perciò che “gli obiettivi da perseguire nella gestione sono la conservazione ed il miglioramento delle specie e degli habitat individuati nei Formulari standard … effettuando, anche in collaborazione con l’Agenzia per la protezione ambientale del Piemonte (ARPA), i monitoraggi periodici utili a valutare lo stato di conservazione del Sito e adottando gli interventi ritenuti necessari sulla base dell’esperienza acquisita nella gestione dell’area protetta o le azioni indirette suscettibili di favorire la buona conservazione del Sito”.

Le “aree prative”

Nella riunione del 20 novembre a Cantalupo si è discusso a lungo dei problemi sorti con riferimento alla parte del versante collinare nei pressi di Costa Merlassino che è inclusa nel perimetro della ZSC. Sul suo sito, l’ente gestore ha scritto che questa porzione della ZSC è caratterizzata “da un elevato valore paesaggistico e dalla presenza integrata con prati da sfalcio, seminativi e siepi di vigneti tradizionali di uve Timorasso, parte del patrimonio Unesco dell’area. Questa coltivazione, seguendo i moderni metodi di agricoltura biologica, risulta compatibile con il contesto ambientale. Nel caso in cui si prospetti lo sviluppo di un ambiente colturale Unesco all’interno di un Sito Natura 2000, secondo le Linee Guida comunitarie e i criteri di Condizionalità stabiliti a livello nazionale e regionale, tale attività deve infatti integrarsi e armonizzarsi con le finalità di conservazione del sito.”.

Il testo del gestore richiama uno dei principi ispiratori delle linee guida stabilite dalla UE per la gestione e la protezione dei siti Natura 2000 , cioè la necessità di impedire trasformazioni che possano compromettere lo stato di conservazione degli habitat e delle specie presenti in ciascun sito, e richiama anche due obiettivi della nuova Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027, cioè gli obiettivi specifici 5 e 6, riferiti rispettivamente alla tutela delle risorse naturali e alla protezione della biodiversità, che sono accompagnati da “condizionalità”, ossia da vincoli ambientali che gli agricoltori beneficiari degli aiuti diretti devono rispettare. In particolare, una di queste condizionalità rileva ai nostri fini. Tra le BCAA (“Buone condizioni agronomiche e ambientali”, in inglese GAEC “Good Agricultural and Environmental Conditions), esiste la BCAA9 (o GAEC9) dal titolo “protect environmentally-sensitive permanent grasslands in Natura 2000 sites”, in base alla quale, all’interno dei siti di Natura 2000, vige il divieto di conversione della superficie a prato permanente ad altri usi, salvo diversa prescrizione della competente autorità di gestione.

Durante l’incontro del 20 novembre ci è stato spiegato che sono due i tipi di prati permanenti che possono costituire habitat protetti da Natura 2000. Il primo, codice 6210, concerne le “praterie secche su calcare a Bromus erectus” (e l’eventuale presenza di orchidee, segnalata con un asterisco, comporta che l’habitat 6210 sia considerato “prioritario”, dal che consegue un maggior grado di protezione). Il secondo, codice 6510, individua i “prati stabili da sfalcio di bassa quota”. Perciò, richiamandosi alle Linee guida UE e alle condizionalità PAC, le “Misure di conservazione sito-specifiche” della ZSC “Strette della val Borbera” prevedono il divieto di “convertire ad altri usi le superfici a prato permanente e a pascolo permanente corrispondenti agli habitat Natura 2000 codici 6210* e 6510, se non per fini di recupero di habitat di interesse comunitario di cui all’Allegato I della Direttiva Habitat, ovvero per ricostituire habitat per specie dell’Allegato II della Direttiva Habitat e dell’Allegato I della Direttiva Uccelli, per la cui conservazione il Sito è stato designato, oppure per fini di recupero di colture appartenenti alla tradizione del luogo, previo assenso del soggetto gestore, fatto salvo l’eventuale espletamento della procedura di valutazione di incidenza”.

Il problema

Nel corso dell’incontro abbiamo appreso come, “in accordo con il locale Consorzio del Timorasso”, (come si legge anche sul sito dell’ente gestore della ZSC), l’ente abbia affrontato i problemi emersi quando, a Costa Merlassino, alcuni proprietari di appezzamenti prativi inclusi nella ZSC hanno chiesto di convertirli ad una delle colture “appartenenti alla tradizione del luogo”, i vigneti  (la cui presenza si ricollega a progetti UNESCO).

Le norme europee e la prassi consolidata prevedono che, chiamato a compiere una qualsiasi valutazione, il gestore di un sito Natura 2000 debba agire acquisendo delle certezze scientifiche, applicando il principio di prevenzione di rischi noti e il principio di precauzione (principio DNSH – “Do No Significant Harm”, che impone di non assentire ad un intervento se non vi è certezza circa il non prodursi di effetti significativi). Procedendo in questo modo, nel caso discusso a Cantalupo si è dapprima appurato che in quella porzione di ZSC esistono habitat “6210” e “6510”. Come abbiamo scritto sopra, le misure di conservazione del sito impongono specifici divieti, ed esiste la possibilità di derogarvi, però entro un limite: la trasformazione di un’area individuata come habitat protetto non deve comportare una diminuzione del complessivo stato di conservazione dell’habitat stesso all’interno del sito. D’intesa con i consorziati si è convenuto che fosse “funzionale alle molteplici esigenze evidenziate a livello territoriale” aggiornare la conoscenza e la rappresentazione planimetrica della collocazione e dell’estensione dei diversi habitat all’interno del sito. Perciò, ottenuto un finanziamento dalla Regione, è stato attivato un processo di revisione della cartografia, basato su uno studio scientifico affidato ad un esperto, presente all’incontro di Cantalupo. L’attività di revisione si è svolta in quattro fasi: caratterizzazione degli habitat con indagine sul campo – aggiornamento della cartografia – quantificazione in ettari (ha) della superficie occupata da ciascun habitat – indicazioni gestionali (comprensive di cartografia di dettaglio e di linee guida dettagliate e “mirate”).

La revisione aveva un duplice scopo. Il primo, quello di consentire ai proprietari di fondi compresi nel perimetro del sito, ma non identificati tra le aree con caratteristiche di “habitat” , di operare interventi di trasformazione sui propri fondi producendo al gestore una semplice scheda di “screening” (verifica di assoggettabilità alla valutazione di incidenza), meno costosa e meno complicata della vera e propria documentazione a corredo della VINCA (valutazione di incidenza), procedura che è invece necessaria quando l’intervento di trasformazione (in deroga) riguarda un’area con caratteristiche “habitat”. E questo obiettivo è stato conseguito.

Il secondo scopo era quello di consentire ai proprietari di fondi compresi in aree “habitat” di operare interventi di trasformazione a fronte o di interventi di miglioramento in altre aree “habitat” in cattive condizioni o di ripristino di “habitat” in altre aree che hanno perso le caratteristiche di “habitat”. Sotto questo aspetto, si è dovuto constatare che esistono sia opportunità, sia criticità non rimediabili. Più sopra abbiamo detto del vincolo generale da rispettare per le deroghe che consentono modifiche o trasformazioni di aree “habitat”: ciascun intervento non deve comportare una diminuzione dello stato di conservazione complessivo dell’habitat stesso all’interno della ZSC. La Regione specifica che i gestori debbono verificare il contemporaneo rispetto di due criteri: confrontata all’area “habitat” oggetto di trasformazione, la superficie della (diversa) area in cui, in contropartita, si opera il miglioramento o il ripristino di “habitat” deve essere maggiore (almeno doppia), e la superficie di “habitat” trasformata non può comunque essere superiore al 20 per cento. Nell’aggiornare la “Carta degli habitat”, relativamente alla porzione nord est, si è accertato che in essa esistono tuttora tanto aree con le caratteristiche di habitat 6510, quanto aree con le caratteristiche di habitat 6210, mentre, nella cartografia vigente, prodotta da ultimo nel 2017 dalla Regione a corredo delle “Misure di conservazione sito specifiche”, sono raffigurate solamente aree di habitat 6510. Circa l’estensione delle aree riferibili ai due habitat nell’intera ZSC, il “Formulario standard Natura 2000” (aggiornato al 2024 e, come abbiamo ricordato, consultabile in rete) reca una cifra di 34,97 ha per le superfici con caratteristiche di habitat 6510, e di 21,51 ha per le superfici con caratteristiche di habitat 6210. Nel Formulario, alla voce “data quality”, per entrambi gli habitat è stata riportata la lettera M = ‘Moderate’ (e.g. based on partial data with some extrapolation), ossia dati desunti da indagini parziali con estrapolazioni. Dal puntuale lavoro di revisione è emerso invece che, attualmente, le superfici con caratteristiche di habitat 6510 sono pari a circa 32 ha, e che le superfici con caratteristiche di habitat 6210 sono pari a soli 7 ha. Per le aree classificate “6510” lo scostamento tra consistenza effettiva (32 ha) e consistenza formale (34,97 ha) non è tale da bloccare a priori i meccanismi di eventuali trasformazioni, che sarebbero bilanciate con interventi su aree diverse da quelle trasformate (le “linee guida” elaborate grazie allo studio forniranno indicazioni su come agire). Per le aree classificate “6210”, invece, lo scostamento è un ostacolo formidabile, poiché già adesso, nell’intera ZSC, la loro consistenza effettiva (7 ha) è ben inferiore rispetto a quella “formale” (21,5 ha): in base ai criteri sopra ricordati, non si può acconsentire ad ulteriori riduzioni che porterebbero comunque ad una diminuzione dello stato complessivo di conservazione dell’habitat 6210 presente nella ZSC.

I vincoli e le compensazioni

Secondo l’editoriale di “Quattropagine”, “operare dentro un SIC prevede sicuramente molte restrizioni e obblighi: si potrebbe pensare come la versione con soli divieti di un parco: libertà minore di gestione che si limita all’applicazione di restrizioni”. Conclusione, circa la vicenda di Costa Merlassino: “Su circa duecento ettari di versante coltivabile, ce ne sono attualmente meno di quattro a vigneto. Meno del 2 %. Lontani dall’utilizzo intensivo dei terreni e ancora più lontani dalla coerenza, prima come può un Ente parco, prima dare parere favorevole ad un Parco Eolico industriale e poi ostacolare l’installazione di un vigneto adducendo alla [?] conservazione degli habitat e delle specie?”.

Argomenti e giudizi tanto semplicistici quanto opinabili, a fronte di una questione che, lo ribadiamo, merita invece di essere analizzata nella sua complessità.

Più sopra abbiamo illustrato nel dettaglio i termini concreti del problema relativo a quella “installazione di un vigneto” di cui scrive Quattropagine. Aggiungiamo che il paragone tra parchi e siti Natura 2000 proprio non tiene (basta un esempio: nei parchi la caccia è vietata, mentre proprio sull’intera estensione di “quel” versante della ZSC opera un’azienda faunistico venatoria, su concessione della Regione rilasciata all’esito dello “screening” di incidenza sul sito).

“Parco eolico”: fin dal settembre 2024 il Consiglio delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese ha diffuso, tramite il suo presidente, una comunicazione con la quale esprime la propria contrarietà a livello politico al progetto “monte Giarolo” chiarendo come l’organo tecnico dell’Ente non possa che esprimersi “alla luce della normativa vigente, imponendo, con gli strumenti normativi oggi a disposizione, il massimo rispetto possibile degli ambienti naturali in gestione” evidenziando nel contempo “la più ampia portata dell’operato dell’Organo politico dell’Ente nella fattispecie del Consiglio, il quale nell’ambito del confronto con gli enti sovraordinati e con le amministrazioni locali deve anche farsi portatore delle esigenze che provengono da chi vive e frequenta il territorio e proporre, perseguire e affermare nuovi e sempre più validi strumenti di difesa del patrimonio naturalistico”. 

Capitolo “restrizioni”: l’UE prevede che alle restrizioni corrispondano adeguate compensazioni. Il quadro generale, nell’ambito della PAC, è fornito dal vigente Regolamento UE n. 1305/2013 in tema di sostegno allo sviluppo rurale tramite il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR), che si occupa della situazione di cui discutiamo agli articoli 30 (“Indennità Natura 2000”) 31 (“Indennità a favore delle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici”) e 32 (“Designazione delle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici”).

A livello nazionale la PAC è regolata da un Piano strategico (PSP), e ciascuna regione adotta poi uno strumento attuativo a livello locale. Il nostro PSP contiene gli “eco-schemi”, impegni dei coltivatori sovvenzionati con pagamenti annuali per ettaro, che riguardano tra l’altro l’inerbimento delle colture arboree, i sistemi foraggeri estensivi con avvicendamento e le misure per gli impollinatori. Gli eco-schemi prevedono una maggiorazione dell’importo unitario quando l’intervento riguarda un sito Natura 2000, una misura che quindi favorisce anche chi fa impresa nella “nostra” ZSC.

E, più specificamente, per il tema che ci occupa, esistono nell’ambito della PAC europea la misura codice “SRA09 – impegni gestione habitat natura 2000”, (la codifica SRA raggruppa gli impegni in materia di ambiente), la quale prevede contributi economici per gli agricoltori che adottano pratiche di gestione sostenibile dei loro terreni, contribuendo alla tutela degli habitat e della biodiversità, nonché, in tema di SRC (Svantaggi Territoriali Specifici), la misura “SRC01 – compensativo agricole Natura 2000” . Una tabella desunta da una relazione reperibile in rete consente il confronto tra gli importi destinati a livello nazionale alle varie voci di interventi codificati SRA nell’ambito della PAC 2023-2027 e le decisioni assunte dalla Regione Piemonte. “Torino”, con una scelta tecnico-politica che penalizza proprio situazioni come quella di cui discutiamo, ha deciso di non attivare la misura “SRA09 – gestione copertura vegetale-sfalcio”, cui pure a livello nazionale sono stati destinati 13 milioni di euro. Analogamente, tra gli interventi SRC, la misura “SRC01” è stata attivata in Emilia, Friuli, Lazio, Liguria, Marche, Toscana e Val d’Aosta, non in Piemonte. Per contro, il Piemonte ha attivato la misura “SRC02 – compensativo forestali Natura 2000”, una misura che però riguarda solo i boschi e non le praterie (in val Borbera, della misura SRC02 ha già beneficato la ZSC IT1180011 Antola-Carmo-Legnà).

Considerazioni

Il “caso” della ZSC “Strette della val Borbera” può essere analizzato a diversi livelli e rappresentare un “caso di studio” per le altre situazioni di presenza di siti Natura 2000 in val Borbera e più in generale nel territorio delle Quattro province.

Le dinamiche che emergono sostanzialmente chiamano tutte in causa il rapporto tra la popolazione locale, il territorio (inteso come ambiente naturale e geo-storico) e le norme che di questo stesso territorio si occupano, e che, di conseguenza, impattano sulla popolazione che lo abita, su quanti vi svolgono attività economiche in varie modalità (prevalentemente di tipo agricolo), e anche su chi lo frequenta (la ZSC è interessata da una fruizione di tipo turistico-escursionistica anche se, nel settore di “Costa Merlassino”, questo tipo di frequentazione non crea una pressione paragonabile a quella – forte e, per alcuni aspetti, anche problematica – che riguarda la parte di ZSC che si sviluppa lungo l’asta del torrente Borbera).

La popolazione locale, dunque. Nel più recente incontro pubblico cui abbiamo partecipato, ma anche, in precedenza, in altri contesti, sono emerse diverse posizioni (e diverse sfumature rispetto a ciascuna di esse) che, in gran parte, possono essere ricondotte a due polarità: rifiuto e chiusura (parziale o totale), da una parte, e, dall’altra, ascolto e disponibilità (in diverse gradazioni, anche in questo caso). Constatazione fondamentale: mai è stata espressa una convinta adesione, sia pure condizionata e critica, agli obiettivi ufficiali (ovvero di tutela ambientale) della ZSC. Sovente il rifiuto si è manifestato in modi che hanno rasentato l’intolleranza (se poi qualcuno sceglie di stigmatizzare in modo greve l’interlocutore, come è accaduto a chi ha provato a rappresentare le posizioni del nostro comitato, gli insulti squalificano solo chi li utilizza. È vergognoso attribuire al nostro comitato il grottesco ruolo di “ecologisti alla Brambilla”: i fatti provano che siamo stati negli anni e continuiamo ad essere una espressione del territorio, nel quale siamo ben radicati, e per esprimere le nostre posizioni sui temi ambientali pratichiamo l’analisi come metodo e il dialogo aperto e leale come strumento). Le “ragioni” del rifiuto ricalcano in gran parte alcuni stereotipi ricorrenti in Italia quando gli abitanti delle zone rurali si confrontano con normative che una parte di essi rappresenta e/o percepisce come attacchi all’intangibile diritto dei residenti di avere piena disponibilità dei beni di loro proprietà e in generale delle risorse presenti sul territorio, o, in altri casi, come arbitraria fonte di rischi e minacce (qualche esempio: “questa è casa nostra”, “voi proteggete il lupo”, “voi penalizzate l’agricoltura” ecc…, sempre un “noi” contro un “voi” che coincide con il “nemico” di turno). Si ripete poi che si tratta di norme “calate dall’alto”, ma in un regime di democrazia rappresentativa, a legiferare sono i rappresentanti scelti ed eletti dal popolo, in questo come in ogni altro caso.

Altrettanto ricorrente è un’altra osservazione, questa sì pienamente condivisibile: vi è stata e vi è scarsa o nulla informazione circa la Rete Natura 2000 in quanto tale. Compito, quello di informare i cittadini, che spettava e spetta al potere esecutivo, dal governo nazionale alle amministrazioni locali (regione, provincia, comuni) cui compete “mettere in pratica” il dettato legislativo. Nel nostro caso, dal 2005 sino al 2019, nel rapporto tra il gestore del sito, la Regione Piemonte, e le amministrazioni locali è emersa solamente la percezione che, in loco, il SIC (ora ZSC) fosse solamente un incomprensibile ostacolo. Così, nel 2012, in un articolo su “Il novese” intitolato “La proposta: via le aree protette”, il presidente della Comunità montana: “I sindaci ci hanno chiesto di intervenire presso la Regione per richiedere di tagliare i Sic e la Zps. Creano infatti troppi problemi per lo sviluppo dei paesi ponendo troppi paletti per i piani regolatori.”. Scarsa conoscenza, ma anche poca volontà di capire, a leggere l’articolo che, sempre su “Il novese”, nel 2011 parlava della singolare delibera votata dalla giunta di Rocchetta: “Nel documento [la delibera] è scritto che «sono state richieste agli enti competenti informazioni riguardo ai vincoli e alle norme che saranno imposte alla popolazione residente ma non si è avuta una chiara informazione al riguardo». [Il sindaco, che all’epoca partecipava anche alla giunta della Comunità montana come assessore all’ambiente] ha fatto mettere per iscritto di «essere a conoscenza che i cittadini sono in maggioranza contrari al Sic e il Comune deve tenere conto di questo parere». L’articolista commentava: “Curioso: pur non conoscendo i vincoli, la popolazione sarebbe contraria e il sindaco si adegua”.

A leggere l’editoriale di Quattropagine, per qualcuno nulla è cambiato. Eppure, proprio l’incontro di Cantalupo, le relazioni che abbiamo potuto ascoltare e la successiva discussione, sono un segnale importante. A nostra conoscenza, è la prima volta che nell’area all’interno della quale è attivo il nostro comitato si svolge un’iniziativa partecipata che affronti direttamente il tema di Natura 2000. Se, da un lato, ciò è indice di una trascuratezza grave negli anni e decenni scorsi, d’altro lato l’evento dello scorso 20 novembre può rappresentare l’inizio di un approccio all’argomento più attento alle esigenze (e al diritto) di informazione della popolazione locale (sul modello della positiva esperienza che abbiamo richiamato all’inizio, quella degli incontri organizzati dal medesimo Ente Aree Protette Appennino Piemontese per il PFA della ZSC Antola, Carmo, Legnà). Sono stati importanti e preziosi gli interventi di chi voleva capire bene il contesto e di chi ha scelto, “stando nel mezzo”, di lavorare a soluzioni concrete, partendo dal prendere in considerazione in modo razionale le motivazioni e le logiche (comprese le incongruenze) delle norme e dei vincoli. Un atteggiamento, quello di essere aperti alla discussione e al confronto con le ragioni altrui, che peraltro ha sempre contraddistinto la maggioranza dei cittadini della val Borbera.

Prospettive future: indicazioni e contesto

Per noi, l’attività di coinvolgimento e informazione su Natura 2000 è fondamentale nella prospettiva di un necessario ampiamento di questi strumenti di tutela degli habitat e delle specie, che evidentemente non potrà realizzarsi se gli abitanti del territorio non saranno sufficientemente edotti dei vantaggi ad essi legati. Vantaggi che dovranno essere resi più evidenti e tangibili, cominciando con il chiedere con forza alla regione di attivare – cosa che finora non ha fatto, come abbiamo ricordato più sopra – i precisi strumenti che l’UE contempla (e finanzia) per “compensare” il disagio de vincoli stabiliti per chi opera nei siti Natura 2000.

Riteniamo poi che un discorso ecologico e sociale su questi siti, oltre agli obiettivi di tutela e conservazione che ne hanno motivato e giustificato la creazione, non possa prescindere dal loro inquadramento all’interno di una più ampia visione storica, geografia ed etnografica. Prendendo ad esempio il sito di cui stiamo trattando, è importante considerare come la porzione di territorio al centro del dibattito si configuri come il lembo estremo orientale della ZSC, ma ad un inquadramento più ampio risulti essere piuttosto la parte estrema occidentale di una fascia di media montagna caratterizzata dalla presenza di un ecomosaico di prati, arbusteti, colture, a ridosso dei contrafforti del monte Giarolo e delimitato a est dal solco vallivo del Curone (comuni di Dernice, Montacuto, Fabbrica). Questa prospettiva geografica consente di raccordare le caratteristiche ambientali che hanno determinato la scelta di tracciamento dei confini della ZSC “Strette della val Borbera” con gli elementi naturalistici e paesaggistici di una vasta area che potrebbe rientrare in una ulteriore forma di gestione conservativa (benché diversamente normata rispetto a un Sito Natura 2000) o favorire processi di questo tipo nell’ottica del  progetto LIFE NATCONNECT 2030. Questo tipo di raccordo potrebbe aprire interessanti prospettive di gestione in senso di tutela ambientale e valorizzazione degli elementi paesaggistici anche in rapporto alle pratiche agro-pastorali tradizionali, creando al tempo stesso una più vasta connessione ecosistemica e al tempo stesso una visione storico-paesaggistica più organica e d’ampia visuale.

Anche sulle coordinate storico-etnografiche ci sembra si possa lavorare ulteriormente evidenziando le trasformazioni delle forme di attivazione delle risorse territoriali, e dei vissuti comunitari. A titolo di esempio, la presenza odierna di ampie estensioni prative, pur essendo un elemento naturalistico da tutelare per i suoi valori ecosistemici, è il risultato di una recente trasformazione storica del territorio che, fino all’incirca agli anni sessanta offriva una predominanza di campi coltivati a frumento, tanto che era in atto anche una forma di emigrazione interna alla valle di contadini che dai paesi ubicati sui 900-1000 metri di quota si recavano a coltivare queste rive meno acclivi e più estese rispetto a quelle a cui essi erano avvezzi, necessitanti la tecnica del terrazzamento e praticamente precluse all’utilizzo di mezzi meccanici. In questo senso l’habitat prato ha favorito la presenza di determinate specie botaniche e faunistiche (al pari dell’arbusteto di cui di solito si trascurano i valori ecologici) e il suo occupare territorio un tempo seminato a grano svolge una funzione ecosistemica positiva, ma nello stesso tempo, la lettura storica può suggerire (anche attraverso il ripristino di pratiche tradizionali di rotazione dei coltivi e dei prati) delle forme di armonizzazione e diversificazione che, non mirando anacronisticamente ad uno sfruttamento intensivo e pressoché monocolturale del territorio (come poteva essere in quel passato recente), lasci spazio a una gestione armonizzante diversi habitat, e al tempo stesso, gli interessi, non necessariamente confliggenti, di resa produttiva e conservazione naturalistica.

Natura d’Appennino 2025: il resoconto

Numerosi i partecipanti alla quinta edizione di “Natura d’Appennino”, organizzata sabato 21 giugno presso il Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola dal nostro Comitato, in collaborazione con il CAI, la LIPU, l’ente Aree Protette dell’Appennino Piemontese, il Museo di Storia Naturale di Stazzano.  Una preziosa occasione per approfondire la conoscenza del nostro ambiente, con una escursione sui monti e con diverse relazioni utili per capire quali e quanti studi e programmi si stanno portando avanti nel nostro contesto territoriale in ambito naturalistico.

Alcune foto dell’escursione mattutina alla scoperta del micromondo degli insetti, guidata da Carlo Cabella, direttore del Museo di Storia Naturale di Stazzano.

I filmati delle relazioni

  • intervento di Alessandro Ghiggi, documentarista e naturalista, che ha illustrato il progetto “Campagne turchesi“, riferito alla ghiandaia marina, una specie fragile che ha fatto ritorno nel Piemonte meridionale, e che è stata avvistata anche da noi, a Momperone
  • intervento di Antonio Scatassi, divulgatore ambientale e guida naturalistica, che ha parlato del progetto di monitoraggio e documentazione fotografica degli alberi vetusti, centenari, ancora presenti nel territorio delle nostre valli
  • intervento di Stefano Bovero, ittiologo ed erpetologo, sui risultati delle ricerche in corso circa l’erpetofauna e l’ittiofauna della nostra zona appenninica
  • intervento di Federica Luoni, naturalista, responsabile Settore Habitat LIPU, che ha dettagliatamente riferito sul concetto di Corridoi e di Reti ecologiche, e sul processo di costituzione, in Piemonte, di Reti ecologiche a scala provinciale, nell’ambito di Life NatConnect 20230, Progetto europeo di salvaguardia della biodiversità. I primi risultati confermano il particolare pregio delle alte valli Borbera e Curone
  • intervento di Iolanda Russo, funzionario tecnico forestale Aree Protette Appennino Piemontese, su censimento e gestione del lupo nel nostro appennino
  • intervento di Mara Calvini, naturalista e guardiaparco Aree Protette Appennino Piemontese, su BatEchoNet, progetto piemontese di studio e tutela dei pipistrelli,
  • intervento conclusivo di Michela Ballerini, per il Comitato per il territorio delle Quattro Province:  un sincero ringraziamento a chi ci ha ospitato, ai relatori, a tutti i partecipanti e un accorato impegno a proseguire insieme per l’ambiente e per il territorio.

conoscere la Natura per difendere il territorio – 21 giugno

Sabato 21 giugno si svolgerà al Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola (Cabella Ligure, AL) la quinta edizione di “NATURA D’APPENNINO”. Qui potete scaricare la locandina.

Nonostante l’unanime e motivata contrarietà di tutto il territorio ad ogni livello rappresentativo, sui crinali delle valli Borbera, Curone e Staffora incombe ancora, in tutta la sua gravità,  la minaccia del devastante progetto di impianto eolico del monte Giarolo (non si hanno nuove informazioni sugli sviluppi della procedura di valutazione ambientale in corso a Roma presso il ministero dell’ambiente, ma può essere intesa come un segnale della volontà di insistere con il progetto la recente notizia che riguarda la società proponente che riprendiamo in calce a questo post). Anche per questo il Comitato per il territorio delle Quattro Province rinnova l’appuntamento con Natura d’Appennino, un incontro tra esperti di discipline naturalistiche, aperto a tutti gli abitanti e i frequentatori dell’Appennino interessati ad approfondire la conoscenza della biodiversità di questo ecosistema oggi minacciato dalla speculazione energetica.

Il Comitato ritiene infatti che per difendere l’Appennino sia fondamentale conoscerne i valori naturalistici e ambientali. Per questa ragione, parallelamente alle numerose iniziative intraprese a contrasto dell’impianto industriale eolico progettato sui crinali a confine tra Piemonte e Lombardia, organizza e sostiene iniziative come quella in programma sabato 21 giugno presso il Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola (AL), nel cuore dell’alta val Borbera. L’incontro è organizzato in collaborazione con il Rifugio delle Quattro Province, il CAI di Novi Ligure, e con la partecipazione della LIPU, delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese e del Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano.

La giornata si aprirà con un’escursione alla scoperta del vastissimo micromondo degli “insetti”, guidata da Carlo Cabella, direttore del Museo di Storia Naturale di Stazzano. Dopo la pausa pranzo (prenotare al 3480304321) e i saluti del CAI affidati a Gianni Brocca (presidente CAI Novi Ligure) e del Comitato per il Territorio delle Quattro Province (Beppi Raggi e Laura Gola), gli argomenti trattati durante il pomeriggio spazieranno dal censimento e la gestione del lupo (Iolanda Russo, tecnico forestale Aree Protette Appennino Piemontese, e Mara Calvini, naturalista e guardiaparco APAP) allo studio e la tutela della Ghiandaia marina (Alessandro Ghiggi, documentarista e naturalista, e Antonio Scatassi, divulgatore ambientale e guida naturalistica); dagli alberi vetusti intorno ai quali è in corso un progetto di documentazione (Alessandro Ghiggi e Antonio Scatassi) al BatEchoNetwork (Mara Calvini), progetto di studio e tutela dei chirotteri; dall’ittiofauna ed erpetofauna (Stefano Bovero, ittiologo e erpetologo) alle Reti ecologiche a scala provinciale (Federica Luoni, naturalista, responsabile Settore Habitat LIPU).  Le conclusioni saranno affidate a Michela Ballerini del Comitato per il Territorio delle Quattro Province.

Dopo la cena (prenotare), per chi vorrà rimanere sarà possibile visionare il docufilm “ll gatto selvatico nell’Appennino delle Quattro Province”, di Paolo Rossi e Nicola Rebora, e un secondo cortometraggio sul lupo a cura del Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano.

Informazioni e prenotazioni: Gianni Brocca, 3480304321 info@rifugiodellequattroprovince.it; Paolo Ferrari 3687703336 paolo@appennino4p.it

NOVITA’

Un nuovo partner per la holding che controlla 15 Più Energia Srl – La 3R Energia è la holding di cui fa parte la società 15 Più Energia Srl, quella che ha proposto il “parco eolico” sui nostri monti. Da pochi giorni in rete è apparsa la notizia, diffusa dagli studi legali che hanno lavorato all’accordo (fonti qui e qui) secondo cui tra due soggetti societari – che, alla voce “clienti”, sono indicati come “3R Energia Srl” e “HN Capital Partners” – è stata siglata “una partnership per lo sviluppo di tre impianti eolici, che insieme avranno una capacità complessiva di circa 350 MW.” aggiungendo poi “tutti gli impianti si trovano attualmente in una fase avanzata di autorizzazione amministrativa. Nell’ambito dell’intesa, HN è entrata nel capitale sociale delle società veicolo che detengono i progetti dei nuovi impianti di energia rinnovabile. L’operazione prevede che HN rafforzi la propria presenza nel settore eolico attraverso l’acquisizione di partecipazioni nelle società sviluppo dei progetti, mentre il Gruppo 3R continua a guidare le fasi autorizzative e progettuali. Gli accordi tra le parti disciplinano i relativi profili negoziali, contrattuali e societari, creando una solida base per proseguire nello sviluppo e completamento degli impianti.”. Esiste una pletora di “società veicolo” controllate dalla 3R: tre di esse hanno in corso richieste di autorizzazione amministrativa per progetti di impianti eolici e la somma delle potenze previste per i relativi impianti corrisponde appunto ad una “capacità complessiva di circa 350 MW”: oltre a 15 Più Energia Srl per 124 MW (progetto “monte Giarolo”) sono 17 Più Energia Srl per 31 MW (progetto “Sassello Forte Lodrino”) e 18 Più Energia Srl per 197 MW (progetto “Imperia monti Moro e Guardiabella”). Alla data di ieri effettuando una visura il nuovo soggetto non compariva ancora tra i soci della 15 Più Energia Srl, ma la stipula dell’accordo sembra essere recente e il termine per comunicare a Registro Imprese le variazioni societarie è di trenta giorni. Cercheremo di seguire gli sviluppi.

Ente Aree Protette: un ruolo indispensabile

Il Comitato per il territorio delle Quattro Province rinnova la propria disponibilità a collaborare con le Aree Protette dell’Appennino Piemontese per il superamento delle criticità interne all’ente, per il perseguimento dei comuni obiettivi di tutela ambientale e per l’ampliamento dei confini del Parco Naturale della val Borbera.

ll nostro Comitato ha sempre considerato di fondamentale importanza per le alte valli piemontesi delle Quattro Province l’esistenza e l’operato dell’ente gestore delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese. A suo tempo abbiamo giudicato positivamente il fatto che a tale ente fosse stata affidata  la gestione della ZPS Ebro Chiappo, abbiamo poi espresso soddisfazione e speranza al momento dell’istituzione del Parco naturale regionale dell’Alta val Borbera. In concreto, negli anni abbiamo collaborato in varie forme con l’ente, partecipando agli incontri PANTA per il Piano Forestale Aziendale (PFA), al monitoraggio all’interno della ZPS Dorsale Ebro Chiappo e al progetto Wolf Alps Piemonte e nell’organizzazione di diverse edizioni degli incontri Natura d’Appennino

Ci preoccupa perciò la situazione di conflittualità politica interna all’ente, di cui hanno riferito alcuni recenti articoli di stampa e che è emersa anche nell’ultima seduta del consiglio, alla quale abbiamo assistito sedendo tra il pubblico. Non vogliamo addentrarci nel merito di questioni interne all’ente né pronunciarci sulle dinamiche del recente grave disastro ambientale della Lavagnina, vicenda rispetto alla quale ci auguriamo che le critiche all’operato dell’ente, di per sé del tutto legittime, non siano utilizzate in modo strumentale per finalità di sterile polemica, indulgendo a personalismi e localismi infruttuosi. Sull’accaduto si è aperta la fase delle procedure di riparazione previste dall’art.50 della legge regionale sulle Aree Protette, con la Provincia di Alessandria quale Autorità competente ai sensi del D.lgs 152/2006, una fase nel cui contesto l’Ente di gestione svolge un ruolo tecnico fondamentale e sulla quale occorre siano poste in essere istanze positive e propositive, al fine di supportare e garantire un adeguato ripristino ambientale come prevedono le norme vigenti. 

È di vitale importanza, riteniamo, un lavoro di critica costruttiva che contribuisca a rendere più efficace l’attività di un ente così profondamente radicato nell’ampio territorio all’interno del quale è chiamato ad operare: le aree protette, ne siamo fermamente convinti, rappresentano ad oggi l’unico strumento di effettiva tutela ambientale dei nostri territori, nonché un importante volano per un’economia locale libera da forme di speculazione estrattivista e fondata sulla valorizzazione della biodiversità e delle forme di fruizione del territorio legate all’escursionismo e alla tradizionale economia agro-pastorale.

L’esperienza di collaborazione con l’ente ci fa pensare che esistano le basi per il superamento di tante criticità che (al di là di questioni personali che potrebbero forse essere risolte con un maggior dialogo interno all’ente) derivano in gran parte da una situazione emersa con chiarezza nel corso dell’ultimo consiglio e che rasenta l’assurdo: un personale drammaticamente sotto-organico per un territorio che negli anni è andato costantemente estendendo la sua superficie (si consideri che per la vigilanza  l’ente dispone di soli 6 guardia parco per una superficie di oltre 24.000 ettari, mentre per il personale tecnico il numero scende addirittura a 4).

Siamo nati nel gennaio 2011 con il proposito di “difendere e migliorare la qualità della vita e dell’ambiente nel territorio delle Quattro Province” (art. 2 del nostro statuto). Consideriamo l’Ente Aree Protette dell’Appennino Piemontese, per le competenze di cui dispone, un interlocutore necessario per realizzare il nostro scopo e continueremo ad essere disponibili alla massima collaborazione, condividendo le competenze e la conoscenza sviluppate in tanti anni di nostra presenza attiva sul territorio.

Soprattutto, convinti del ruolo fondamentale dei sistemi di aree protette, INSISTIAMO NEL CONSIDERARE INDISPENSABILE E NELL’AUSPICARE L’AMPLIAMENTO DEI CONFINI DEL PARCO DELL’ALTA VAL BORBERA (al quale non potrà non accompagnarsi un incremento significativo del personale ed un suo efficace e razionale impiego). Una necessità oggi più che mai cogente, l’ampliamento, per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla strategia europea per la Biodiversità 2030, nonché per far fronte alle perduranti minacce di estrattivismo energetico (eolico, fotovoltaico e forestale) che incombono sul nostro territorio, esemplificate dal progetto dell’enorme impianto eolico “monte Giarolo” a contrasto del quale il comitato è impegnato da mesi, insieme a numerose altre realtà associative del territorio. 

Una valanga di osservazioni e molti pareri contrari per l’impianto eolico Giarolo.


Le Regioni ne prendano atto per dichiarare la non idoneità dei nostri crinali all’installazione di impianti eolici.

Continuiamo ad occuparci del progetto di impianto eolico Giarolo: la scadenza del 22 luglio è trascorsa da poco e, sul sito del ministero dell’ambiente, sono stati protocollati e pubblicati i pareri resi dagli enti locali.

Negativi e puntualmente argomentati quelli dei quattro comuni su cui dovrebbe sorgere l’impianto – Cabella Ligure (prot.128113), Albera Ligure (prot.132700), Fabbrica Curone (prot.135463), Santa Margherita di Staffora (prot.130748) – ed anche quelli dei tre comuni in cui gli effetti del progetto sarebbero particolarmente pesanti – San Sebastiano Curone (prot.135519), Brignano Frascata (prot.136340), Momperone (prot.136167). Ad essi si è poi aggiunto un identico parere inviato a fine settembre dal comune di Montacuto (prot.171739), a sua volta fortemente convolto. Negativo, per la parte piemontese, quello dell’Unione montana Terre Alte (prot.136335), e negativo quello della Comunità montana dell’Oltrepò Pavese (prot.128837) per la parte lombarda. Abbiamo già scritto dell’esito della “valutazione di incidenza” svolta dall’Ente gestore della ZPS Dorsale Ebro Chiappo. Il testo (prot.119791) che ha recepito anche il parere dell”Arpa, evidenzia criticità molto rilevanti per quanto riguarda la compatibilità dell’opera con il sito Rete Natura 2000, e, come abbiamo scritto nelle nostre osservazioni, se si leggono insieme le analisi e le argomentazioni su cui l’ente ha basato la richiesta di eliminare dal progetto otto aerogeneratori, e le considerazioni svolte nel parere della provincia di Pavia, fin da ora si impone la necessità di applicare identici criteri di salvaguardia per l’intero ecosistema montano all’interno del quale si collocherebbe tutto l’impianto eolico.

Sia la provincia di Alessandria (prot.134656) che la provincia di Pavia (prot.128593) hanno evidenziato le vistose carenze del progetto, richiedendo alla società proponente una lunga serie di integrazioni, e allo stesso modo dovrebbe essersi espressa la Regione Piemonte: “Carenza di documentazione progettuale e di analisi degli impatti ambientali: la Giunta, nell’ambito della valutazione di impatto ambientale (VIA) non esprime un parere positivo”, si legge un comunicato stampa diffuso dopo la riunione di giunta di venerdì 26 luglio, senza che sia ancora possibile consultare la delibera con il parere. NDR: giovedì 1 agosto, alcuni giorni dopo la data originaria di stesura del testo che state leggendo, sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte è stata pubblicata la delibera di giunta, consultabile a questo link. Sul contenuto valutino i lettori. In Regione Lombardia la pratica risulta ancora in istruttoria.

Ma sul sito ministeriale, giorno per giorno, vengono anche pubblicate le osservazioni che sono state inviate, rispettando le regole stabilite dalla normativa, da singoli cittadini e da associazioni della “società civile”. Ad oggi, 28 luglio, sul sito sono già stati protocollati e resi consultabili testi sottoscritti da 366 singole persone (crf nota 1) e da 26 associazioni (cfr nota 2) – numeri che potrebbero salire ancora (cfr nota 3). Un risultato impressionante, cui abbiamo cercato di contribuire, che è stato raggiunto grazie all’impegno generoso di tantissime persone in val Borbera, in val Curone e in valle Staffora. A fronte di un’operazione che è giusto definire come una “speculazione energetica” del tutto estranea ad una corretta politica di transizione ecologica, a prendere la parola, insieme ai semplici cittadini, sono stati molti operatori economici, l’associazionismo culturale ed escursionistico, una realtà internazionale come l’associazione Sahaja Yoga, ed altri ancora: tutti hanno espresso, in maniera preoccupata, ma decisa e puntualmente argomentata, la propria contrarietà a questa inammissibile aggressione ai crinali delle valli Curone, Borbera e Staffora, un’opera industriale che vanificherebbe i tanti sforzi (anche economici) di valorizzazione dei pregi ambientali, paesaggistici e culturali che stanno mostrando dei sicuri risultati, evidenti a chiunque percorra le nostre valli. È contro questo colpo di spugna su tanti investimenti ed energie profuse, che si è levata la voce del territorio.

In base alle indicazioni che troviamo sul sito del ministero, entro 30 giorni dal 22 luglio la società proponente potrà depositare le sue controdeduzioni alle osservazioni ed ai pareri pervenuti presso il ministero, che deciderà il da farsi. Se sarà convocata la Conferenza dei servizi, ci attendiamo che le tutte le amministrazioni coinvolte siano coerenti con i giudizi negativi sin qui espressi, che dovrebbero portare il ministero a concludere per l’opzione zero.

Ma occorre ribadirlo con tutta la forza che deriva da questa mobilitazione popolare: i crinali appenninici non possono essere considerati aree idonee per l’installazione di impianti industriali, quale ne sia il peso e la dimensione. Sono necessarie azioni concrete a livello normativo. E spetta alle regioni il compito di provvedervi, entro la fine del 2024 (decreto MASE 21 giugno 2024). Qualche dettaglio in più in otto slide a questo link.

Per quanto ci riguarda, questa formidabile mobilitazione popolare ci incoraggia a continuare ancora e meglio nel nostro impegno, a fianco e insieme ai tanti compagni di strada che abbiamo trovato o ritrovato in questo frangente.

Note

(1) n. 71 osservazioni singole a cui si sommano: l’osservazione prot.136033 sottoscritta da 121 aderenti all’associazione Sahaja Yoga – l’osservazione n. 132224 sottoscritta da 58 cittadini valborberini o gravitanti sulla valle – stessa origine per l’osservazione n. prot. 134881 sottoscritta da 18 cittadini e per l’osservazione n. 127955 sottoscritta da n. 5 cittadini – ben 61 i cittadini di Giarolo e della val Curone che hanno sottoscritto l’osservazione n. 13489324 i titolari di attività a San Sebastiano Curone che hanno sottoscritto l’osservazione n. 135208 – due sottoscrittori per ciascuna delle osservazioni n. 136016, n. 136031, n.134468, n.136014

(2) n. 123613, 101184, 134329 Comitato per il territorio delle Quattro Province, n. 131769 sottoscritta da 13 associazioni della val Borbera (Museo della Resistenza e della vita sociale in val Borbera + Associazione albergatori e ristoratori della val Borbera e della valle Spinti + Ass. Culturale Le Cocalle + Ass. Culturale il pese degli Spaventapasseri + Pro loco Roccaforte Ligure + Pro loco di Cosola + Ass.Cult. Roba da Strejie + Pro loco Cabella Ligure + Ass.Cult. Parco Mongiardino + Ass. Cult. Paradiso Val Borbera + Ass.Cult. Luogo d’incontri + Pro loco Albera Ligure + Pro loco Persi) – n. 117690 dal Consorzio di Casella, n. 136054 dalla Commissione TAM Piemonte VdA e Lig. del CAI, n. 136106 dalle sezioni CAI della provincia di Alessandria, n. 134023 da Una Valle di Artisti, n. 132812 da Associazione Fondiaria Piuzzo, n. 131567 da Gruppo Micologico Vogherese, n. 134975 da CAI sez. Voghera, n. 134882 da associazione Sahaja Yoga, n. 134886 da Pro Natura

(3) caricate sul sito ministeriale il 30/07/2024 l’osservazione n. 135252 sottoscritta da 17 operatori del Mercato settimanale dei produttori locali sul ponte vecchio di San Sebastiano Curone e l’osservazione n.135551 di Mountain Wilderness Italia

solo l’opzione zero (nessuna pala) può preservare i crinali dalla devastazione

Ha sollevato e solleva ancora molto scalpore l’esito della “valutazione di incidenza” svolta dall’ente che gestisce la zona di protezione speciale “Ebro-Chiappo”, i 364 ettari di versanti montani tutelati dalla “direttiva Uccelli” dell’Unione Europea, nel cuore del territorio sul quale si chiede di realizzare l’impianto eolico industriale “monte Giarolo”. L’ente di gestione ha svolto l’istruttoria (la relazione  è consultabile sul sito del ministero a questo link) ed ha espresso un parere positivo condizionato ad una serie di prescrizioni, tra cui l’eliminazione di 8 dei 20 aerogeneratori previsti. È possibile che il rispetto delle logiche formali del procedimento di valutazione non consentisse conclusioni più nette, su questo non ci sentiamo di esprimerci.  Tuttavia, anche se le osservazioni e le analisi svolte nella relazione sono ampiamente condivisibili e in parte collimanti con le nostre, le conclusioni ci appaiono del tutto inaccettabili. Ribadiamo con decisione e convinzione che per noi solo l’opzione zero, ovvero nessun aerogeneratore, può assicurare l’integrità dei nostri crinali per il presente e per gli anni a venire.  Infatti, anche l’installazione di un solo aerogeneratore aprirebbe la strada all’effetto proliferazione, ben noto, ed esporrebbe i nostri crinali, per gli anni a venire, a ulteriori richieste di nuove installazioni, con un processo di progressivo e inarrestabile degrado degli habitat che rappresentano l’eccellenza naturalistica del nostro territorio, un gravissimo impatto di sostanza e di immagine sulle produzioni locali identitarie (si veda il pascolo con la pregiata carne all’erba del Giarolo), un colpo mortale al turismo escursionistico che, con centinaia di passaggi ogni anno, e in una prospettiva di continua crescita, rappresenta un importante volano economico del territorio, oltre che un elemento di grande valore culturale ed educativo (si vedano le numerose iniziative svolte in collaborazione con il mondo della scuola, dal CAI e da altre realtà associative).

Come comitato per il territorio delle Quattro Province continueremo il nostro lavoro con l’obiettivo finale di tutelare l’integrità dei nostri crinali, consapevoli e convinti di essere in sintonia con il sentire del territorio e con le posizioni dei suoi rappresentanti nelle istituzioni territoriali.

A breve le nostre argomentazioni in questo senso, già più volte espresse, saranno manifestate ancora più dettagliatamente con le osservazioni naturalistiche che depositeremo presso il sito del Mase, con le quali dimostreremo in modo irrefutabile l’impatto dell’impianto eolico monte Giarolo sull’avifauna e in genere sugli habitat che compongono il delicato equilibrio ecologico dei nostri crinali.

Concludendo rinnoviamo l’invito a tutte le associazioni, gli abitanti e i frequentatori del territorio delle valli Borbera, Curone e Staffora a produrre e inviare al ministero dell’ambiente le proprie osservazioni, come già molti stanno facendo. Nella pagina che si apre cliccando qui abbiamo inserito alcune indicazioni pratiche. La scadenza è il 22 luglio ed occorre inviare un forte segnale ai decisori del governo centrale affinché comprendano che un parere positivo su questo scempio ambientale costituirebbe anche un atto di prevaricazione gravissimo del volere di un intero territorio, insomma un vero e proprio vulnus democratico. E inoltre rinnoviamo l’appello ai rappresentanti regionali, cui ora spetta il compito di stabilire l’idoneità o meno dell’area in questione all’installazione di impianti eolici, perché una volta per tutte ne decretino la non idoneità, coerentemente alle posizioni prese in periodo pre-elettorale, ponendo infine una pietra tombale su questa minaccia all’integrità dei nostri monti.

13 gennaio: le ragioni di un “no” (all’eolico sul Giarolo) necessario per dare forza e prospettiva a tanti “sì”

Di seguito i link a oltre venti video con il resoconto integrale dell’iniziativa che si è tenuta sabato 13 gennaio a San Sebastiano Curone, organizzata dal “Comitato per il territorio delle Quattro Province”. Un incredibile successo di partecipazione, per una discussione appassionata e approfondita, a partire dal tema della conversione ecologica e ambientale, sulle prospettive del “vivere insieme” nel nostro territorio e nel mondo.

La discussione è stata introdotta da Michela Ballerini. Le tre relazioni sono state svolte da Laura Gola, biologa, da Irene Zembo, geologa e guida naturalistica e da Giuseppe Raggi (che, per il Comitato, ha illustrato e analizzato sotto diversi il progetto proposto da “15 Più Srl”).

Numerosi gli interventi dal pubblico, proposti secondo la successione temporale. con cui sono succeduti.

Danilo Bottiroli, dell’associazione Progetto Ambiente – Michele Pesci, ingegnere – Giovanni Bonato, cittadino – Maria Grazia Gavazza, responsabile per Piemonte Liguria e val d’Aosta della commissione tutela ambiente montano del Club Alpino Italiano – Fernando Folini, coordinatore scientifico dell’associazione Rinascenza – Enrico Bussalino, presidente della provincia di Alessandria – Vittoria Poggio, componente della giunta regionale piemontese come assessore al turismo, al commercio e alla cultura – Matteo Gualco, vice presidente della provincia di Alessandria – Ezio Giungato, presidente della sezione di Tortona del Club Alpino Italiano – Salvatore Ruggiero, professore associato all’università di Helsinki, con all’attivo importanti lavori sulle comunità dell’energia rinnovabile – Claudio Gazzaniga, del circolo PD di Rivanazzano – Davide Biolghini, esperto in materia ambientale – Davide Re, cittadino – Alessandro Verna, volontario protezione civile – Patrizio Dolcini, del circolo Legambiente Voghera Oltrepò – Mauro van Aken, antropologo, professore al Politecnico di Milano – Paolo Biserni, componente della commissione tutela ambiente montano del CAI Tortona – Vincenzo Caprile, sindaco di San Sebastiano Curone, comune e paese che ringraziamo per l’ospitalità offerta all’iniziativa, presidente dell’Unione montana “Terre Alte” e presidente del GAL Giarolo – Giacomo Briata, componente della giunta dell’ “Ente Aree Protette Appennino Piemontese” – Francesco Galanzino, imprenditore.

Ancora Michela Ballerini ha tratto le conclusioni, espondendo tre impegni assunti dal Comitato: continuare a seguire la vicenda delleolico sul Giarolo, lavorare a redigere un testo per un appello al ministro dell’ambiente e organizzare altri incontri quando saranno state depositate le integrazioni richieste ai proponenti.

dal progetto di eolico industriale “Monte Giarolo” un impatto enorme: il nostro (primo) invito alle istituzioni

Da pochi giorni sul sito del ministero dell’ambiente si possono visionare i documenti relativi al progetto di parco eolico “Monte Giarolo”. Facendo clic sull’immagine, è possibile visulizzare il “layout”. In tutto, 20 aerogeneratori “Vestas 162”. Sulla dorsale “ovest” dell’impianto quattro pale dovrebbero essere piazzate tra il monte Giarolo e il passo di Brusamonica, una a ridosso del monte Panà, tre sul crinale secondario che si diparte dal monte Cosfrone verso la val Borbera. Sulla dorsale “est” ben dodici pale sul crinale tra monte Chiappo e monte Boglelio. Prevista una strada di collegamento tra i due versanti, da realizzare in gran parte ex novo attraverso un sito “Natura 2000”.

Qualche numero: ciascun aerogeneratore “Vestas 162” misura in altezza 209 metri (128 metri al mozzo su cui si imperniano tre pale, ciascuna lunga circa 80 metri), e comprende: a) diversi segmenti conici (i “conci” pesanti decine di tonnellate) la cui unione realizza il “palo” – b) la navicella (pesante 94 tonnellate) posta al vertice superiore del palo che contiene il generatore azionato dalle pale (ciascuna pala pesa 21,5 tonnellate). Per portare il tutto sul luogo di assemblaggio occorrono 11 trasporti eccezionali per ogni macchina, quindi ne serviranno 220 (11 per 20) per completare l’impianto. Per collocare e montare nei venti siti prescelti queste componenti e per farvi giungere le macchine operatrici, oltre che per accedervi durante la vita dell’impianto, si prevede di realizzare sui crinali una strada di collegamento larga 6 metri e di lunghezza complessiva indicata in “circa 23 km” di cui “circa 6 km di nuovo tracciato.

Abbiamo scritto alle istituzioni locali una lettera del seguente tenore:

L’impatto sul territorio di un impianto industriale di queste dimensioni è enorme, e porterebbe a una radicale trasformazione delle caratteristiche ambientali, paesaggistiche, agricole, forestali e storiche del nostro comprensorio, con gravi ricadute sui progetti di valorizzazione dello stesso, vanificando gli sforzi compiuti in tanti anni da istituzioni locali, associazioni e individui che lo abitano e frequentano.

Ad oggi non ci risulta che da parte delle istituzioni si siano prese iniziative volte a informare la popolazione locale intorno a un fatto di tanta importanza, né che vi siano state prese di posizione su questo progetto.

La società proponente ha intrapreso presso il ministero la procedura per il rilascio di un “Provvedimento unico in materia ambientale” (PUA), che è regolato dal art. 27 del T.U. Ambiente (come novellato dall’ art. 22 del D.L. n. 77/2021). Dal 13 novembre 2023, tutti i dettagli tecnici del progetto di cui parliamo sono stati pubblicati e sono consultabili al link https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/9514/13966. Le istruzioni operative riferite alla procedura di PUA (cfr al link https://va.mite.gov.it/it-IT/ps/Comunicazione/IndicazioniOperativeUnico ) chiariscono nel modo seguente quanto stabilito dall’art. 27 del T.U. Ambiente: “entro trenta giorni dalla data di pubblicazione della documentazione sul PVA [Portale valutazioni Ambientali – NDR], l’Autorità competente e le Amministrazioni e gli Enti potenzialmente interessati e comunque competenti in materia ambientale verificano, per i profili di rispettiva competenza, l’adeguatezza e la completezza della documentazione presentata rispettivamente per il rilascio del provvedimento di VIA e dei titoli in materia ambientale. Ove necessario, le suddette Amministrazioni richiedono, per il tramite della DVA, integrazioni; la documentazione integrativa deve essere trasmessa dal proponente entro un termine perentorio non superiore a 30 giorni dalla richiesta di integrazioni.” Come abbiamo scritto più sopra, la documentazione di progetto risulterebbe essere stata pubblicata il 13 novembre. Entro il 13 dicembre è perciò possibile (e necessario, a nostro avviso) presentate le richieste di integrazioni.

Dal copioso materiale inserito sul Portale ministeriale (purtroppo senza particolare accuratezza per quanto riguarda gli indici di consultazione) abbiamo estratto alcuni tra i documenti che ci sono parsi più importanti e li abbiamo riportati su Google Drive per una più rapida e agevole consultazione. In calce a questa mail riportiamo i relativi riferimenti (“link”).

Molte e importanti le “voci” che palesemente richiedono chiarimenti e integrazioni. Di seguito alcune di esse.

L’energia prodotta dall’impianto dovrebbe essere immessa nella rete nazionale mediante un elettrodotto ad alta tensione tra Vendersi e il “nodo” di Vignole Borbera: così si legge nei documenti, che però non riportano alcun altro dettaglio su come si intenda realizzare questa parte del progetto, le cui criticità sono sempre emerse quando si trattò di valutare analoghi progetti negli anni scorsi. Il progetto contiene unicamente una succinta relazione geologica di dodici pagine.

La normativa regionale piemontese prevede che gli impianti di generazione da fonte eolica non possano essere collocati in un intorno di 50 metri dalle linee di crinale. Nessun cenno a questo vincolo è svolto negli elaborati resi disponibili. Di fatto, caricando su Google Earth il database elaborato dalle regione Piemonte che individua le suddette aree circostanti i crinali e incrociando la grafica con le coordinate geografiche che la società proponente indica rispetto alla localizzazione di ciascuna torre, si scopre che quasi tutte le torri sarebbero collocate a pochissima distanza dal limite di 50 metri. [ NDR : in calce a questo posto trovate venti link alle immagini di dettaglio riferite a ogni singola torre]. Se si considera che l’aerogeneratore necessita anche di una piazzola più ampia alla base, diventa estremamente importante chiedere chiarimenti sul rispetto del vincolo.

Anche le soluzioni “viabilistiche” preconizzate, appaiono incongrue e necessitano di essere meglio considerate: dall’area di stoccaggio materiali prevista a San Giorgio di Brignano Frascata si salirebbe al “nodo” di San Sebastiano Curone, dove, per evitare la “S” del ponte sul Museglia, si dovrebbe proseguire lungo la stretta strada sulla sx orografica del Museglia sino alla “piazza del mercato”, posizionandovi una gru che dovrebbe sollevare gli elementi di ciascun aerogeneratore scaricandoli sul lato opposto del torrente, di fronte alla Casa di riposo “San Giuseppe”, per riprendere il trasporto su un breve tratto della SP110 San Sebastiano-Pertuso, seguitando sulla SP114 lungo la dx orografica del Museglia e sulla SP116 per Costa dei Ferrai realizzandovi diverse grosse varianti per superare tratti difficoltosi a Magroforte Inferiore e Superiore e a Costa.

Dal cimitero di Costa – bivio per Gregassi – a Pian della Mora si prevede di realizzare una strada di ben 23 km, larga 6-7 metri, per il trasporto dei generatori e per la successiva manutenzione negli anni, seguendo inizialmente la sterrata per il Monte Giarolo fino alla Statua del Redentore, poi il crinale fino al passo di Brusamonica, aggirando quindi il Monte Panà fino al Monte Cosfrone, e ancora biforcandosi sul lato val Borbera verso il Monte Roncasso e aggirando invece l’Ebro sul lato val Curone (attraversando così il sito Natura 2000 … ) fino a Bocche di Crenna, per poi tagliare il versante del Monte Chiappo e proseguire sul crinale Curone/Staffora fino a Pian della Mora.

Saltano agli occhi tutte le incongruenze e le criticità di questa ipotesi progettuale.

Confidiamo che Ella tenga nella giusta considerazione questa scadenza, e prenda atto con la massima attenzione dell’importanza di una chiara presa di posizione, nell’interesse di tutta la Comunità.“.

Link

Cartella con le videate da Google Earth in cui, per ciascuna torre, si riporta l’esatta collocazione raffrontata al limite di 50 metri dalla linea di crinale

sintesi non tecnica

relazione tecnica descrittiva

quadro di riferimento programmatico

quadro di riferimento progettuale

quadro di riferimento ambientale

relazione tecnica viabilità alternativa

relazione tecnica trasporto

relazione elettrica

strada da Costa a cresta monte Giarolo

strada di cresta su crinale Giarolo verso Ebro

strada tra versante Ebro Chiappo e inizio crinale Staffora/Curone

strada crinale Staffora/Curone verso Boglelio – pian della Mora
relazione geologica circa il collegamento tra sottostazione di Vendersi e punto di consegna a Vignole

cartella con la planimetria catastale riferita alle singole pale, in cui si può notare la superficie occupata da ciascuna (dentro o fuori i 50 mt ?)

Raffronto grafico per ciascuna macchina tra il perimetro in cui è vietata la collocazione delle torri e le coordinate geografiche inserite in progetto
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“Natura d’Appennino 2023”: l’escursione, le relazioni, la discussione (e una novità preoccupante)

L’edizione 2023 di Natura d’Appennino, l’incontro naturalistico organizzato dal Comitato per il territorio delle Quattro Province in collaborazione con il Rifugio delle Quattro Province e con la partecipazione dell’Ente Gestore delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese, ha visto anche questa volta una partecipazione significativa di un pubblico eterogeneo interessato ad approfondire i temi naturalistici e ambientali che caratterizzano l’Appennino settentrionale e in particolare il territorio delle Quattro Province. Durante l’escursione mattutina è stato possibile addentrarsi in un pascolo “a riposo”, apprezzare nel bosco un faggio monumentale, scorgere volatili come il gheppio e il falco pecchiaiolo, cogliere insomma questi e tanti altri spunti per apprezzare la grande biodiversità del sito Natura 2000 “dorsale Ebro-Chiappo”.

L’incontro pomeridiano, di cui proponiamo il resoconto filmato, è stato caratterizzato da due relazioni appassionanti e approfondite, introdotte da tre brevi presentazioni.

Introduzione / 1 (Laura Gola) https://youtu.be/GlkCIsfxMRA

Introduzione / 2 (Paolo Ferrari) https://youtu.be/hbsu_Y9-eqg

Introduzione / 3 (Irene Zembo) https://youtu.be/ptyTm5X2xMU

Relazione 1 (Giacomo Gola) https://youtu.be/RKGYbNwt_8k

Relazione 2a (Stefano Bovero) https://youtu.be/RKGYbNwt_8k

Relazione 2b (Stefano Bovero) https://youtu.be/vhw2JWM9VC8

Al termine delle relazioni si è svolto un articolato dibattito toccando diversi temi quali la biodiversità e il sistema di aree protette, la difesa del suolo e la tutela delle risorse idriche. Da parte di tutti è stata espressa la forte preoccupazione circa i numerosi fattori critici che minacciano il peculiare ambiente naturale di questo nostro angolo di appennino.

Sorpresa e sconcerto, infine, per una notizia recentissima. In modo fortunoso abbiamo appreso che, presso il “Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica” , siglato “MASE”, è stato avviato l’esame di un progetto per realizzare un imponente “parco eolico” presumibilmente sui crinali delle valli Borbera, Curone e Staffora. Gli elaborati del progetto non sono ancora consultabili. Sul sito ministeriale la descrizione del progetto è la seguente: “realizzazione di un nuovo parco eolico composto da 20 aerogeneratori denominato “Monte Giarolo” e relative opere connesse, della potenza massima complessiva di 124 MW, sito nei Comuni di Albera Ligure, Cabella Ligure, Fabbrica Curone e Santa Margherita di Staffora“. Ritorneremo sul tema al più presto.

appuntamento al 3 settembre per “Natura d’Appennino”

Al Rifugio delle 4 Province (Colonia Capanne di Cosola – Cabella Ligure). il 3 settembre 2023 ritorna la giornata di confronto e divulgazione dedicata alla natura dell’Appennino delle Quattro Province.

Il programma

h. 10.00Ritrovo al Rifugio delle 4 Province (Capanne di Cosola) con escursione nella ZPS Ebro Chiappo

h. 12.30Trasferimento in rifugio e pranzo-buffet con prodotti tipici del territorio

h. 14.30Interventi:

  • Apertura dei lavori con i saluti di Giovanni Brocca (presidente della Sezione C.A.I. di Novi Ligure e Operatore Tutela Montana)
  • Introduzione (Laura Gola, biologa, e Paolo Ferrari, etnologo – Comitato per il territorio delle Quattro Province)
  • Il pregio floristico dell Appennino nord-occidentale (Giacomo Gola, Guardiaparco Aree Protette Appennino Piemontese)
  • Il Museo Civico di Storia Naturale Villa Gardella di Stazzano, un’interessante realtà nel territorio alessandrino – Accenni su alcuni invertebrati protetti e/o peculiari delle aree protette dell’Appennino piemontese (Carlo Cabella, entomologo, Direttore Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano – fondatore ALI, Associazione Lepidotterologica Italiana)
  • La magia dell’acqua. Alla scoperta dell’ittiofauna e dell’erpetofauna dell’Appennino nord-occidentale (Stefano Bovero, biologo, ricercatore indipendente ”Zirichiltagghi”, Sardinia Wild Life Conservation NGO)

h. 17.00. Discussione sui temi trattati.

(possibilità di pernottamento presso il Rifuglo)
per informazioni
Paolo – 3687703336 mail: paolo@appennino4p.it
Gianni – 3480304321 info@rífugiodelle4province.it