la discussione sugli habitat nella ZSC “Strette della val Borbera”

Un caso emblematico, quello degli “habitat” di interesse naturalistico (definizione che comprende l’insieme delle condizioni ambientali in cui vivono piante e animali) nella Zona Speciale di Conservazione “Strette della val Borbera”. La concretezza della “terra” (i prati, le orchidee, le vigne, le arature) in contrapposizione alla complessità delle regole (quelle connesse alla normativa europea “Natura 2000”). La vicenda propone e sollecita spunti e riflessioni di ordine culturale, sociale, economico, politico: il rapporto tra l’uomo e l’ambiente – l’importanza della conoscenza – i danni creati dalla mancata informazione – i ritardi nel confrontarsi con la società – i tempi e i modi delle scelte (e delle non scelte) ai vari livelli di governo e amministrativi – l’impegno di quei valligiani che si sono dedicati ad una discussione aperta e costruttiva. Qui di seguito proponiamo la nostra analisi, decisamente lunga ma, nelle nostre intenzioni, sincera, accurata e propositiva.

Introduzione

Sic, un acronimo, oscuro ai più e ininfluente per molti altri”. Così inizia il breve editoriale (265 parole) che apre il numero di novembre 2025 di “Quattropagine – mensile indipendente con a cuore la Val Borbera. L’autore aggiunge: “I Siti di Importanza Comunitaria sono aree dell’Unione europea nate nel lontano 1992, sfociate poi nella rete ecologica regionale Natura 2000, proposte dallo Stato italiano nel 2005”. Leggendo il seguito, si intuisce che l’autore intende esprimere la sua posizione circa quanto è emerso durante la “Procedura partecipata per la revisione e l’approfondimento della Carta degli habitat nella ZSC IT118009 Strette della Val Borbera”, una procedura descritta in modo puntuale nell’articolo  pubblicato il 28 novembre sul sito dell’Ente Aree Protette Appennino Piemontese .

L’ente ha promosso “incontri con i portatori di interesse … che hanno visto la partecipazione dell’Amministrazione comunale [di Cantalupo Ligure], agricoltori, proprietari e viticoltori locali, oltre a soggetti portatori di interesse come Associazioni ambientaliste, le Associazioni agricole, il CAI di Novi Ligure, i Carabinieri Forestali”. Così come avvenuto in precedenti occasioni (quale la procedura partecipata per redigere il Piano forestale aziendale della ZSC IT1180011 Antola-Carmo-Legnà), il nostro Comitato ha accolto l’invito ed è intervenuto all’incontro svolto il 20 novembre a Cantalupo Ligure. Proponiamo uno specifico approfondimento sui temi che sono stati affrontati, seguito dalle nostre riflessioni.

Qualche precisazione e una cronologia

Acronimi: SIC o ZSC ?

Dal sito della LIPU : “La rete Natura 2000 è formata da siti istituiti in base alla Direttiva Habitat (92/43/Cee) e da siti istituiti in base alla Direttiva Uccelli (79/409/Cee, oggi 2009/147/Ce): i primi comprendono i Siti di interesse comunitario (Sic) e Zone speciali di conservazione (Zsc); i secondi sono costituiti dalle Zone di protezione speciale (Zps). I Sic vengono individuati per la conservazione degli habitat elencati in allegato I alla direttiva Habitat e delle specie vegetali e animali (esclusi gli uccelli) elencati in allegato II; solo al termine di un articolato percorso istitutivo, dopo l’adozione di misure di conservazione sito-specifiche, i Sic vengono designati come Zsc. Le Zps sono invece istituite specificamente per la protezione degli uccelli selvatici elencati in allegato I della Direttiva Uccelli e dei loro habitat.”.

Per correggere e integrare la sintesi proposta da “Quattropagine”, ecco, in ordine cronologico, il percorso seguito per giungere alla tutela del sito “Strette della Val Borbera”:

  • 1995/1996: nell’ambito del progetto Bioitaly, il sito viene individuato dalla regione Piemonte (con D.G.R. n. 419-14905, del 29/11/1996) come pSIC (proposta di Sito di Importanza Comunitaria)
  • 2000: il sito viene inserito dal ministero dell’ambiente nella lista dei pSIC a livello nazionale con D.M. 03/04/2000
  • 2005: il sito viene incluso nell’elenco dei SIC trasmesso alla UE (decreto del ministero dell’ambiente 25/03/2005 (in G.U. n.156 del 07/07/2005 atto che include le prime misure di conservazione e delega alle regioni il compito di garantirne l’osservanza)
  • 2007: con decisione della commissione UE del 13/11/2007 (in G.U. dell’UE il 15/01/2008 n.2008/25/CE) il sito viene incluso nell’elenco aggiornato di SIC per la regione biogeografica continentale europea
  • 2017: una volta definite dalla Regione Piemonte le misure di conservazione sito specifiche, il sito viene designato come ZSC con decreto del ministero dell’ambiente il 21/11/2017 (in G.U. n.283 del 04/12/2017)

Riassumendo: a partire dal 2005 il governo ha delegato la gestione del sito alla Regione Piemonte, (è lo stato italiano che risponde nei confronti dell’Unione per gli impegni che derivano dalla individuazione di un sito). Ed è la Regione che, nel 2017, ha elaborato le “Misure di conservazione sito-specifiche con relativa cartografia” (approvate con D.G.R. 6-4745 del 09/03/2017), seguite nel 2018 dal Piano di gestione del sito (approvato con D.G.R. 21-6770 del 20/04/2018). Risale solamente al 2019 la delega della gestione della ZSC all’Ente Aree Protette Appennino Piemontese (con D.G.R. 94/9003 del 16/05/2019).

Normativa

Nell’editoriale di “Quattropagine” leggiamo: “Senza entrare in alcun modo nel merito degli aspetti conservativi di specie ed habitat, operare dentro un SIC [NDR: rectius, ZSC] prevede sicuramente molte restrizioni e obblighi”. Ma entrare nel merito non solo è utile, è indispensabile.

Lo scopo della direttiva 92/43/Cee, conosciuta come “direttiva Habitat”, è “salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, nonché della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato” (articolo 2). Per raggiungere questo scopo, la “direttiva Habitat” prevede misure volte ad assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat e delle specie di interesse comunitario elencati nei suoi allegati. L’articolo 6 stabilisce che spetta ai singoli stati il compito di evitare il degrado degli habitat e delle specie che hanno motivato l’individuazione di ciascun sito.

Il ministero dell’ambiente precisa chei dati [relativi all’individuazione dei SIC e poi delle ZSC] vengono trasmessi alla Commissione Europea attraverso un Formulario Standard compilato per ogni sito e completo di cartografia.” aggiungendo che, una volta istituito il sito, occorre monitorare periodicamente il suo stato, aggiornando il formulario. Qui è consultabile il formulario della ZSC IT 1180009 “Strette della val Borbera”, compilato per la prima volta nel settembre 1995 (1995-09, data riportata secondo il formato anglosassone), mentre l’ultimo aggiornamento risale al dicembre 2024 (2024-12). Il gestore deve seguire e far rispettare sia le “Misure di conservazione per la tutela dei siti della rete Natura 2000 del Piemonte”, tempo per tempo aggiornate (l’ultima versione è contenuta nella D.G.R. n. 55-7222 del 12/07/2023) sia le “Misure di conservazione sito-specifiche” approvate con la sopra citata D.G.R. 6-4745 del 09/03/2017. Nella convenzione di gestione stipulata tra Regione Piemonte ed Ente Aree Protette Appennino Piemontese si stabilisce perciò che “gli obiettivi da perseguire nella gestione sono la conservazione ed il miglioramento delle specie e degli habitat individuati nei Formulari standard … effettuando, anche in collaborazione con l’Agenzia per la protezione ambientale del Piemonte (ARPA), i monitoraggi periodici utili a valutare lo stato di conservazione del Sito e adottando gli interventi ritenuti necessari sulla base dell’esperienza acquisita nella gestione dell’area protetta o le azioni indirette suscettibili di favorire la buona conservazione del Sito”.

Le “aree prative”

Nella riunione del 20 novembre a Cantalupo si è discusso a lungo dei problemi sorti con riferimento alla parte del versante collinare nei pressi di Costa Merlassino che è inclusa nel perimetro della ZSC. Sul suo sito, l’ente gestore ha scritto che questa porzione della ZSC è caratterizzata “da un elevato valore paesaggistico e dalla presenza integrata con prati da sfalcio, seminativi e siepi di vigneti tradizionali di uve Timorasso, parte del patrimonio Unesco dell’area. Questa coltivazione, seguendo i moderni metodi di agricoltura biologica, risulta compatibile con il contesto ambientale. Nel caso in cui si prospetti lo sviluppo di un ambiente colturale Unesco all’interno di un Sito Natura 2000, secondo le Linee Guida comunitarie e i criteri di Condizionalità stabiliti a livello nazionale e regionale, tale attività deve infatti integrarsi e armonizzarsi con le finalità di conservazione del sito.”.

Il testo del gestore richiama uno dei principi ispiratori delle linee guida stabilite dalla UE per la gestione e la protezione dei siti Natura 2000 , cioè la necessità di impedire trasformazioni che possano compromettere lo stato di conservazione degli habitat e delle specie presenti in ciascun sito, e richiama anche due obiettivi della nuova Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027, cioè gli obiettivi specifici 5 e 6, riferiti rispettivamente alla tutela delle risorse naturali e alla protezione della biodiversità, che sono accompagnati da “condizionalità”, ossia da vincoli ambientali che gli agricoltori beneficiari degli aiuti diretti devono rispettare. In particolare, una di queste condizionalità rileva ai nostri fini. Tra le BCAA (“Buone condizioni agronomiche e ambientali”, in inglese GAEC “Good Agricultural and Environmental Conditions), esiste la BCAA9 (o GAEC9) dal titolo “protect environmentally-sensitive permanent grasslands in Natura 2000 sites”, in base alla quale, all’interno dei siti di Natura 2000, vige il divieto di conversione della superficie a prato permanente ad altri usi, salvo diversa prescrizione della competente autorità di gestione.

Durante l’incontro del 20 novembre ci è stato spiegato che sono due i tipi di prati permanenti che possono costituire habitat protetti da Natura 2000. Il primo, codice 6210, concerne le “praterie secche su calcare a Bromus erectus” (e l’eventuale presenza di orchidee, segnalata con un asterisco, comporta che l’habitat 6210 sia considerato “prioritario”, dal che consegue un maggior grado di protezione). Il secondo, codice 6510, individua i “prati stabili da sfalcio di bassa quota”. Perciò, richiamandosi alle Linee guida UE e alle condizionalità PAC, le “Misure di conservazione sito-specifiche” della ZSC “Strette della val Borbera” prevedono il divieto di “convertire ad altri usi le superfici a prato permanente e a pascolo permanente corrispondenti agli habitat Natura 2000 codici 6210* e 6510, se non per fini di recupero di habitat di interesse comunitario di cui all’Allegato I della Direttiva Habitat, ovvero per ricostituire habitat per specie dell’Allegato II della Direttiva Habitat e dell’Allegato I della Direttiva Uccelli, per la cui conservazione il Sito è stato designato, oppure per fini di recupero di colture appartenenti alla tradizione del luogo, previo assenso del soggetto gestore, fatto salvo l’eventuale espletamento della procedura di valutazione di incidenza”.

Il problema

Nel corso dell’incontro abbiamo appreso come, “in accordo con il locale Consorzio del Timorasso”, (come si legge anche sul sito dell’ente gestore della ZSC), l’ente abbia affrontato i problemi emersi quando, a Costa Merlassino, alcuni proprietari di appezzamenti prativi inclusi nella ZSC hanno chiesto di convertirli ad una delle colture “appartenenti alla tradizione del luogo”, i vigneti  (la cui presenza si ricollega a progetti UNESCO).

Le norme europee e la prassi consolidata prevedono che, chiamato a compiere una qualsiasi valutazione, il gestore di un sito Natura 2000 debba agire acquisendo delle certezze scientifiche, applicando il principio di prevenzione di rischi noti e il principio di precauzione (principio DNSH – “Do No Significant Harm”, che impone di non assentire ad un intervento se non vi è certezza circa il non prodursi di effetti significativi). Procedendo in questo modo, nel caso discusso a Cantalupo si è dapprima appurato che in quella porzione di ZSC esistono habitat “6210” e “6510”. Come abbiamo scritto sopra, le misure di conservazione del sito impongono specifici divieti, ed esiste la possibilità di derogarvi, però entro un limite: la trasformazione di un’area individuata come habitat protetto non deve comportare una diminuzione del complessivo stato di conservazione dell’habitat stesso all’interno del sito. D’intesa con i consorziati si è convenuto che fosse “funzionale alle molteplici esigenze evidenziate a livello territoriale” aggiornare la conoscenza e la rappresentazione planimetrica della collocazione e dell’estensione dei diversi habitat all’interno del sito. Perciò, ottenuto un finanziamento dalla Regione, è stato attivato un processo di revisione della cartografia, basato su uno studio scientifico affidato ad un esperto, presente all’incontro di Cantalupo. L’attività di revisione si è svolta in quattro fasi: caratterizzazione degli habitat con indagine sul campo – aggiornamento della cartografia – quantificazione in ettari (ha) della superficie occupata da ciascun habitat – indicazioni gestionali (comprensive di cartografia di dettaglio e di linee guida dettagliate e “mirate”).

La revisione aveva un duplice scopo. Il primo, quello di consentire ai proprietari di fondi compresi nel perimetro del sito, ma non identificati tra le aree con caratteristiche di “habitat” , di operare interventi di trasformazione sui propri fondi producendo al gestore una semplice scheda di “screening” (verifica di assoggettabilità alla valutazione di incidenza), meno costosa e meno complicata della vera e propria documentazione a corredo della VINCA (valutazione di incidenza), procedura che è invece necessaria quando l’intervento di trasformazione (in deroga) riguarda un’area con caratteristiche “habitat”. E questo obiettivo è stato conseguito.

Il secondo scopo era quello di consentire ai proprietari di fondi compresi in aree “habitat” di operare interventi di trasformazione a fronte o di interventi di miglioramento in altre aree “habitat” in cattive condizioni o di ripristino di “habitat” in altre aree che hanno perso le caratteristiche di “habitat”. Sotto questo aspetto, si è dovuto constatare che esistono sia opportunità, sia criticità non rimediabili. Più sopra abbiamo detto del vincolo generale da rispettare per le deroghe che consentono modifiche o trasformazioni di aree “habitat”: ciascun intervento non deve comportare una diminuzione dello stato di conservazione complessivo dell’habitat stesso all’interno della ZSC. La Regione specifica che i gestori debbono verificare il contemporaneo rispetto di due criteri: confrontata all’area “habitat” oggetto di trasformazione, la superficie della (diversa) area in cui, in contropartita, si opera il miglioramento o il ripristino di “habitat” deve essere maggiore (almeno doppia), e la superficie di “habitat” trasformata non può comunque essere superiore al 20 per cento. Nell’aggiornare la “Carta degli habitat”, relativamente alla porzione nord est, si è accertato che in essa esistono tuttora tanto aree con le caratteristiche di habitat 6510, quanto aree con le caratteristiche di habitat 6210, mentre, nella cartografia vigente, prodotta da ultimo nel 2017 dalla Regione a corredo delle “Misure di conservazione sito specifiche”, sono raffigurate solamente aree di habitat 6510. Circa l’estensione delle aree riferibili ai due habitat nell’intera ZSC, il “Formulario standard Natura 2000” (aggiornato al 2024 e, come abbiamo ricordato, consultabile in rete) reca una cifra di 34,97 ha per le superfici con caratteristiche di habitat 6510, e di 21,51 ha per le superfici con caratteristiche di habitat 6210. Nel Formulario, alla voce “data quality”, per entrambi gli habitat è stata riportata la lettera M = ‘Moderate’ (e.g. based on partial data with some extrapolation), ossia dati desunti da indagini parziali con estrapolazioni. Dal puntuale lavoro di revisione è emerso invece che, attualmente, le superfici con caratteristiche di habitat 6510 sono pari a circa 32 ha, e che le superfici con caratteristiche di habitat 6210 sono pari a soli 7 ha. Per le aree classificate “6510” lo scostamento tra consistenza effettiva (32 ha) e consistenza formale (34,97 ha) non è tale da bloccare a priori i meccanismi di eventuali trasformazioni, che sarebbero bilanciate con interventi su aree diverse da quelle trasformate (le “linee guida” elaborate grazie allo studio forniranno indicazioni su come agire). Per le aree classificate “6210”, invece, lo scostamento è un ostacolo formidabile, poiché già adesso, nell’intera ZSC, la loro consistenza effettiva (7 ha) è ben inferiore rispetto a quella “formale” (21,5 ha): in base ai criteri sopra ricordati, non si può acconsentire ad ulteriori riduzioni che porterebbero comunque ad una diminuzione dello stato complessivo di conservazione dell’habitat 6210 presente nella ZSC.

I vincoli e le compensazioni

Secondo l’editoriale di “Quattropagine”, “operare dentro un SIC prevede sicuramente molte restrizioni e obblighi: si potrebbe pensare come la versione con soli divieti di un parco: libertà minore di gestione che si limita all’applicazione di restrizioni”. Conclusione, circa la vicenda di Costa Merlassino: “Su circa duecento ettari di versante coltivabile, ce ne sono attualmente meno di quattro a vigneto. Meno del 2 %. Lontani dall’utilizzo intensivo dei terreni e ancora più lontani dalla coerenza, prima come può un Ente parco, prima dare parere favorevole ad un Parco Eolico industriale e poi ostacolare l’installazione di un vigneto adducendo alla [?] conservazione degli habitat e delle specie?”.

Argomenti e giudizi tanto semplicistici quanto opinabili, a fronte di una questione che, lo ribadiamo, merita invece di essere analizzata nella sua complessità.

Più sopra abbiamo illustrato nel dettaglio i termini concreti del problema relativo a quella “installazione di un vigneto” di cui scrive Quattropagine. Aggiungiamo che il paragone tra parchi e siti Natura 2000 proprio non tiene (basta un esempio: nei parchi la caccia è vietata, mentre proprio sull’intera estensione di “quel” versante della ZSC opera un’azienda faunistico venatoria, su concessione della Regione rilasciata all’esito dello “screening” di incidenza sul sito).

“Parco eolico”: fin dal settembre 2024 il Consiglio delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese ha diffuso, tramite il suo presidente, una comunicazione con la quale esprime la propria contrarietà a livello politico al progetto “monte Giarolo” chiarendo come l’organo tecnico dell’Ente non possa che esprimersi “alla luce della normativa vigente, imponendo, con gli strumenti normativi oggi a disposizione, il massimo rispetto possibile degli ambienti naturali in gestione” evidenziando nel contempo “la più ampia portata dell’operato dell’Organo politico dell’Ente nella fattispecie del Consiglio, il quale nell’ambito del confronto con gli enti sovraordinati e con le amministrazioni locali deve anche farsi portatore delle esigenze che provengono da chi vive e frequenta il territorio e proporre, perseguire e affermare nuovi e sempre più validi strumenti di difesa del patrimonio naturalistico”. 

Capitolo “restrizioni”: l’UE prevede che alle restrizioni corrispondano adeguate compensazioni. Il quadro generale, nell’ambito della PAC, è fornito dal vigente Regolamento UE n. 1305/2013 in tema di sostegno allo sviluppo rurale tramite il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR), che si occupa della situazione di cui discutiamo agli articoli 30 (“Indennità Natura 2000”) 31 (“Indennità a favore delle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici”) e 32 (“Designazione delle zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici”).

A livello nazionale la PAC è regolata da un Piano strategico (PSP), e ciascuna regione adotta poi uno strumento attuativo a livello locale. Il nostro PSP contiene gli “eco-schemi”, impegni dei coltivatori sovvenzionati con pagamenti annuali per ettaro, che riguardano tra l’altro l’inerbimento delle colture arboree, i sistemi foraggeri estensivi con avvicendamento e le misure per gli impollinatori. Gli eco-schemi prevedono una maggiorazione dell’importo unitario quando l’intervento riguarda un sito Natura 2000, una misura che quindi favorisce anche chi fa impresa nella “nostra” ZSC.

E, più specificamente, per il tema che ci occupa, esistono nell’ambito della PAC europea la misura codice “SRA09 – impegni gestione habitat natura 2000”, (la codifica SRA raggruppa gli impegni in materia di ambiente), la quale prevede contributi economici per gli agricoltori che adottano pratiche di gestione sostenibile dei loro terreni, contribuendo alla tutela degli habitat e della biodiversità, nonché, in tema di SRC (Svantaggi Territoriali Specifici), la misura “SRC01 – compensativo agricole Natura 2000” . Una tabella desunta da una relazione reperibile in rete consente il confronto tra gli importi destinati a livello nazionale alle varie voci di interventi codificati SRA nell’ambito della PAC 2023-2027 e le decisioni assunte dalla Regione Piemonte. “Torino”, con una scelta tecnico-politica che penalizza proprio situazioni come quella di cui discutiamo, ha deciso di non attivare la misura “SRA09 – gestione copertura vegetale-sfalcio”, cui pure a livello nazionale sono stati destinati 13 milioni di euro. Analogamente, tra gli interventi SRC, la misura “SRC01” è stata attivata in Emilia, Friuli, Lazio, Liguria, Marche, Toscana e Val d’Aosta, non in Piemonte. Per contro, il Piemonte ha attivato la misura “SRC02 – compensativo forestali Natura 2000”, una misura che però riguarda solo i boschi e non le praterie (in val Borbera, della misura SRC02 ha già beneficato la ZSC IT1180011 Antola-Carmo-Legnà).

Considerazioni

Il “caso” della ZSC “Strette della val Borbera” può essere analizzato a diversi livelli e rappresentare un “caso di studio” per le altre situazioni di presenza di siti Natura 2000 in val Borbera e più in generale nel territorio delle Quattro province.

Le dinamiche che emergono sostanzialmente chiamano tutte in causa il rapporto tra la popolazione locale, il territorio (inteso come ambiente naturale e geo-storico) e le norme che di questo stesso territorio si occupano, e che, di conseguenza, impattano sulla popolazione che lo abita, su quanti vi svolgono attività economiche in varie modalità (prevalentemente di tipo agricolo), e anche su chi lo frequenta (la ZSC è interessata da una fruizione di tipo turistico-escursionistica anche se, nel settore di “Costa Merlassino”, questo tipo di frequentazione non crea una pressione paragonabile a quella – forte e, per alcuni aspetti, anche problematica – che riguarda la parte di ZSC che si sviluppa lungo l’asta del torrente Borbera).

La popolazione locale, dunque. Nel più recente incontro pubblico cui abbiamo partecipato, ma anche, in precedenza, in altri contesti, sono emerse diverse posizioni (e diverse sfumature rispetto a ciascuna di esse) che, in gran parte, possono essere ricondotte a due polarità: rifiuto e chiusura (parziale o totale), da una parte, e, dall’altra, ascolto e disponibilità (in diverse gradazioni, anche in questo caso). Constatazione fondamentale: mai è stata espressa una convinta adesione, sia pure condizionata e critica, agli obiettivi ufficiali (ovvero di tutela ambientale) della ZSC. Sovente il rifiuto si è manifestato in modi che hanno rasentato l’intolleranza (se poi qualcuno sceglie di stigmatizzare in modo greve l’interlocutore, come è accaduto a chi ha provato a rappresentare le posizioni del nostro comitato, gli insulti squalificano solo chi li utilizza. È vergognoso attribuire al nostro comitato il grottesco ruolo di “ecologisti alla Brambilla”: i fatti provano che siamo stati negli anni e continuiamo ad essere una espressione del territorio, nel quale siamo ben radicati, e per esprimere le nostre posizioni sui temi ambientali pratichiamo l’analisi come metodo e il dialogo aperto e leale come strumento). Le “ragioni” del rifiuto ricalcano in gran parte alcuni stereotipi ricorrenti in Italia quando gli abitanti delle zone rurali si confrontano con normative che una parte di essi rappresenta e/o percepisce come attacchi all’intangibile diritto dei residenti di avere piena disponibilità dei beni di loro proprietà e in generale delle risorse presenti sul territorio, o, in altri casi, come arbitraria fonte di rischi e minacce (qualche esempio: “questa è casa nostra”, “voi proteggete il lupo”, “voi penalizzate l’agricoltura” ecc…, sempre un “noi” contro un “voi” che coincide con il “nemico” di turno). Si ripete poi che si tratta di norme “calate dall’alto”, ma in un regime di democrazia rappresentativa, a legiferare sono i rappresentanti scelti ed eletti dal popolo, in questo come in ogni altro caso.

Altrettanto ricorrente è un’altra osservazione, questa sì pienamente condivisibile: vi è stata e vi è scarsa o nulla informazione circa la Rete Natura 2000 in quanto tale. Compito, quello di informare i cittadini, che spettava e spetta al potere esecutivo, dal governo nazionale alle amministrazioni locali (regione, provincia, comuni) cui compete “mettere in pratica” il dettato legislativo. Nel nostro caso, dal 2005 sino al 2019, nel rapporto tra il gestore del sito, la Regione Piemonte, e le amministrazioni locali è emersa solamente la percezione che, in loco, il SIC (ora ZSC) fosse solamente un incomprensibile ostacolo. Così, nel 2012, in un articolo su “Il novese” intitolato “La proposta: via le aree protette”, il presidente della Comunità montana: “I sindaci ci hanno chiesto di intervenire presso la Regione per richiedere di tagliare i Sic e la Zps. Creano infatti troppi problemi per lo sviluppo dei paesi ponendo troppi paletti per i piani regolatori.”. Scarsa conoscenza, ma anche poca volontà di capire, a leggere l’articolo che, sempre su “Il novese”, nel 2011 parlava della singolare delibera votata dalla giunta di Rocchetta: “Nel documento [la delibera] è scritto che «sono state richieste agli enti competenti informazioni riguardo ai vincoli e alle norme che saranno imposte alla popolazione residente ma non si è avuta una chiara informazione al riguardo». [Il sindaco, che all’epoca partecipava anche alla giunta della Comunità montana come assessore all’ambiente] ha fatto mettere per iscritto di «essere a conoscenza che i cittadini sono in maggioranza contrari al Sic e il Comune deve tenere conto di questo parere». L’articolista commentava: “Curioso: pur non conoscendo i vincoli, la popolazione sarebbe contraria e il sindaco si adegua”.

A leggere l’editoriale di Quattropagine, per qualcuno nulla è cambiato. Eppure, proprio l’incontro di Cantalupo, le relazioni che abbiamo potuto ascoltare e la successiva discussione, sono un segnale importante. A nostra conoscenza, è la prima volta che nell’area all’interno della quale è attivo il nostro comitato si svolge un’iniziativa partecipata che affronti direttamente il tema di Natura 2000. Se, da un lato, ciò è indice di una trascuratezza grave negli anni e decenni scorsi, d’altro lato l’evento dello scorso 20 novembre può rappresentare l’inizio di un approccio all’argomento più attento alle esigenze (e al diritto) di informazione della popolazione locale (sul modello della positiva esperienza che abbiamo richiamato all’inizio, quella degli incontri organizzati dal medesimo Ente Aree Protette Appennino Piemontese per il PFA della ZSC Antola, Carmo, Legnà). Sono stati importanti e preziosi gli interventi di chi voleva capire bene il contesto e di chi ha scelto, “stando nel mezzo”, di lavorare a soluzioni concrete, partendo dal prendere in considerazione in modo razionale le motivazioni e le logiche (comprese le incongruenze) delle norme e dei vincoli. Un atteggiamento, quello di essere aperti alla discussione e al confronto con le ragioni altrui, che peraltro ha sempre contraddistinto la maggioranza dei cittadini della val Borbera.

Prospettive future: indicazioni e contesto

Per noi, l’attività di coinvolgimento e informazione su Natura 2000 è fondamentale nella prospettiva di un necessario ampiamento di questi strumenti di tutela degli habitat e delle specie, che evidentemente non potrà realizzarsi se gli abitanti del territorio non saranno sufficientemente edotti dei vantaggi ad essi legati. Vantaggi che dovranno essere resi più evidenti e tangibili, cominciando con il chiedere con forza alla regione di attivare – cosa che finora non ha fatto, come abbiamo ricordato più sopra – i precisi strumenti che l’UE contempla (e finanzia) per “compensare” il disagio de vincoli stabiliti per chi opera nei siti Natura 2000.

Riteniamo poi che un discorso ecologico e sociale su questi siti, oltre agli obiettivi di tutela e conservazione che ne hanno motivato e giustificato la creazione, non possa prescindere dal loro inquadramento all’interno di una più ampia visione storica, geografia ed etnografica. Prendendo ad esempio il sito di cui stiamo trattando, è importante considerare come la porzione di territorio al centro del dibattito si configuri come il lembo estremo orientale della ZSC, ma ad un inquadramento più ampio risulti essere piuttosto la parte estrema occidentale di una fascia di media montagna caratterizzata dalla presenza di un ecomosaico di prati, arbusteti, colture, a ridosso dei contrafforti del monte Giarolo e delimitato a est dal solco vallivo del Curone (comuni di Dernice, Montacuto, Fabbrica). Questa prospettiva geografica consente di raccordare le caratteristiche ambientali che hanno determinato la scelta di tracciamento dei confini della ZSC “Strette della val Borbera” con gli elementi naturalistici e paesaggistici di una vasta area che potrebbe rientrare in una ulteriore forma di gestione conservativa (benché diversamente normata rispetto a un Sito Natura 2000) o favorire processi di questo tipo nell’ottica del  progetto LIFE NATCONNECT 2030. Questo tipo di raccordo potrebbe aprire interessanti prospettive di gestione in senso di tutela ambientale e valorizzazione degli elementi paesaggistici anche in rapporto alle pratiche agro-pastorali tradizionali, creando al tempo stesso una più vasta connessione ecosistemica e al tempo stesso una visione storico-paesaggistica più organica e d’ampia visuale.

Anche sulle coordinate storico-etnografiche ci sembra si possa lavorare ulteriormente evidenziando le trasformazioni delle forme di attivazione delle risorse territoriali, e dei vissuti comunitari. A titolo di esempio, la presenza odierna di ampie estensioni prative, pur essendo un elemento naturalistico da tutelare per i suoi valori ecosistemici, è il risultato di una recente trasformazione storica del territorio che, fino all’incirca agli anni sessanta offriva una predominanza di campi coltivati a frumento, tanto che era in atto anche una forma di emigrazione interna alla valle di contadini che dai paesi ubicati sui 900-1000 metri di quota si recavano a coltivare queste rive meno acclivi e più estese rispetto a quelle a cui essi erano avvezzi, necessitanti la tecnica del terrazzamento e praticamente precluse all’utilizzo di mezzi meccanici. In questo senso l’habitat prato ha favorito la presenza di determinate specie botaniche e faunistiche (al pari dell’arbusteto di cui di solito si trascurano i valori ecologici) e il suo occupare territorio un tempo seminato a grano svolge una funzione ecosistemica positiva, ma nello stesso tempo, la lettura storica può suggerire (anche attraverso il ripristino di pratiche tradizionali di rotazione dei coltivi e dei prati) delle forme di armonizzazione e diversificazione che, non mirando anacronisticamente ad uno sfruttamento intensivo e pressoché monocolturale del territorio (come poteva essere in quel passato recente), lasci spazio a una gestione armonizzante diversi habitat, e al tempo stesso, gli interessi, non necessariamente confliggenti, di resa produttiva e conservazione naturalistica.

rinnovabili, come e dove: prima analisi dei cambiamenti introdotti dal Decreto Legge 175/2025

Tema complesso, sul quale da ultimo, il 21 novembre, è intervenuto il governo. Con questo post ci limitiamo ad una sommaria analisi, perchè la situazione è ben lungi dall’essere consolidata. Esprimeremo un giudizio quando sarà possibile avere un quadro più definito.

Nel tempo si sono succeduti diversi provvedimenti, adottati per recepire nella nostra legislazione le direttive europee sull’installazione degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili.

Occorre soffermarsi in particolare sui provvedimenti tesi ad individuare nel nostro paese le “aree idonee”. Il seguente schema è desunto da una relazione prodotta alcuni mesi fa dall’ufficio studi della Camera dei deputati

In sostanza, da quattro anni abbiamo un decreto legislativo, il D.L. 199/2021 (il link è alla versione vigente oggi 25/11/2025) che ha lo scopo di incrementare l’installazione di impianti da fonti rinnovabili. Fino al 21/11/2025, al primo comma dell’articolo 20 questa norma stabiliva che le regioni dovessero con legge fissare “principi e criteri omogenei per l’individuazione delle superfici e delle aree idonee e non idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili”. Il dicastero dell’ambiente, con il decreto ministeriale 21/06/2024, aveva fornito alle regioni le necessarie indicazioni per legiferare. Nel novembre 2024 questo decreto ministeriale era stato dichiarato parzialmente illegittimo dal TAR del Lazio, che nel maggio 2025 aveva chiesto al governo di intervenire nuovamente sulla materia. Il 30 dicembre 2024 era anche entrato in vigore il Decreto Legislativo 190/2024 Disciplina dei regimi amministrativi per la produzione di energia da fonti rinnovabili” (link alla versione vigente oggi 25/11/2025) che, in attuazione della Direttiva FER III, ha riformato in modo radicale le procedure autorizzative. La scorsa settimana il governo, per adeguarsi alla sentenza del TAR Lazio, non ha emanato un altro decreto ministeriale, ma ha agito modificando ed integrando proprio il Decreto Legislativo 190/2024. Le modifiche sono state introdotte con lo strumento del Decreto Legge (che è immediatamente efficace, ma deve essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni). Il provvedimento è il D.L. 21/11/2025 n. 175 Misure urgenti in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili“.

Assieme agli interventi sul Decreto Legislativo 190/2024, il Decreto Legge contiene modifiche e soppressioni di diverse altre norme. In particolare, esso ha espressamente abrogato l’intero articolo 20 del Decreto Legislativo 199/2021, norma che abbiamo già citato sopra. Di conseguenza, viene meno per le regioni la possibilità di classificare porzioni di territorio come “aree non idonee”.

Restano solo tre tipologie: * le aree idonee (in cui è previsto un iter accelerato – tempistiche abbreviate – per la costruzione ed esercizio degli impianti. Per gli impianti assoggettati ad autorizzazione unica è comunque necessaria la valutazione di impatto ambientale) * le aree di accelerazione (nelle quali l’iter è ulteriormente accelerato. Anche in questo caso per gli impianti assoggettati ad autorizzazione unica occorre la valutazione ambientale, che però non serve se il progetto d’impianto prevede le misure di mitigazione individuate dai piani regionali che devono individuare le aree di accelerazione) * le aree ordinarie (in cui si applicano i regimi autorizzativi ordinari – valutazione ambientale e tempistiche ordinarie).

Circa le “aree idonee”, il D.L 21/11/2025 n. 175 ha aggiunto al D.Lgs 190/2024 l’articolo 11-bis (Aree idonee su terraferma), il cui contenuto abbiamo trascritto qui. Le regioni hanno ora 120 giorni di tempo per individuare con legge ULTERIORI aree idonee rispetto a quelle elencate all’articolo 11 bis, attenendosi però ad una serie di criteri NAZIONALI vincolanti.

Rispetto al nostro territorio, e in particolare ai crinali montani interessati dai progetti di impianti eolici industriali, è importante il principio secondo cui non potranno essere identificate come “aree idonee” le “aree ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio ne’ quelle incluse in una fascia di rispetto di tre chilometri, nel caso di impianti eolici, e di cinquecento metri, nel caso di impianti fotovoltaici, dal perimetro dei beni medesimi, ne’ identificare aree idonee ove le caratteristiche degli impianti da realizzare siano in contrasto con le norme di attuazione previste dai piani paesaggistici.“.

Non è stata modificata la norma del D.Lgs 190/2024 secondo la quale le procedure in corso alla data del dicembre 2024 (ad esempio quella che concerne il progetto “monte Giarolo”) restano regolate dalle norme precedenti, salvo diversa scelta dei proponenti degli impianti. Perciò, per il progetto che stiamo seguendo da anni, a nostro avviso si procederà sulla base delle “vecchie” regole. In prospettiva però, qualora qualcuno intendesse riproporre progetti simili, dovrà attenersi alla regole stabilite per le “aree ordinarie”, perchè le caratteristiche dei nostri crinali non ne consentono l’inclusione tra le “aree idonee”.

grande successo della catena umana sul crinale, per chiedere una transizione energetica senza speculazioni

Alcune immagini della manifestazione di domenica 21 settembre: il link al video realizzato dal CAI con un drone, quello ad un altro video ripreso a terra, e alcune foto.

Il testo di un breve resoconto inviato al periodico “Sette giorni a Tortona” che lo ha pubblicato sul numero 35

La scorsa domenica oltre 200 persone hanno partecipato alla manifestazione “Transizione sì, ma non così “. Era stata indetta dal CAI – che vi ha profuso un impegno decisivo – e dalle altre associazioni di tutela dell’ambiente riunite nel “Forum Sentieri Vivi 4p”, ma ha riscosso un gran numero di adesioni (troppo lungo elencarle tutte) anche da parte di tante realtà del territorio attive in altri settori.

Alle 11 e 30, sul crinale tra i monti Giarolo e Gropà è confluita una moltitudine variopinta e composita di persone. Volti sereni e decisi, mani che, reggendo una sottile bandella bianco-rossa o sollevate in alto, hanno formato una catena lunga 209 metri. Dal cielo un drone ha ripreso il tutto. 209 metri corrispondono all’altezza di ciascuno dei 20 giganteschi aerogeneratori che, secondo il progetto, dovrebbero comporre l’impianto eolico industriale “monte Giarolo”. Trascorsi due anni e mezzo dall’inizio di questa vicenda, dopo che tanti cittadini e tutti gli enti locali coinvolti hanno espresso le sacrosante ragioni della propria contrarietà, il ministero dell’ambiente ancora non si è espresso. Con la catena umana si è voluto dare un esempio concreto, plastico, di una delle tante caratteristiche negative di questo progetto, che è fuori scala e fuori contesto, che è stato steso in modo abborracciato, che è stato calato dall’alto sulla nostra collettività.

Nei brevi interventi che hanno chiuso la manifestazione si è chiesto di mettere la parola fine, una buona volta, a questa specifica vicenda. Ancor più importante il fatto che tutti avessero ben chiaro e condividessero un semplice concetto: la transizione energetica è indispensabile, la si deve realizzare al più presto, ma non può e non deve risolversi nell’ennesima speculazione, deve essere fatta bene, in modo equo, solidale, partecipato, rispettoso della natura.

transizione sì, ma non così- insieme sui crinali il 21 settembre

L’impianto eolico industriale “monte Giarolo” dovrebbe essere realizzato nelle alte valli del Borbera, del Curone e dello Staffora. Ad uso di quanti non ne avessero ancora seguito le vicende, puntualmente narrate in questo blog, abbiamo esposto in una breve scheda (qui il link per accedervi) le principali caratteristiche di un progetto che risulta palesemente insostenibile sotto molteplici profili. A più riprese è pervenuta al ministero dell’ambiente, chiamato a decidere circa la compatibilità ambientale dell’opera, una mole imponente di osservazioni e di pareri negativi, chiari e argomentati, a firma di tanti cittadini, di tante associazioni e di tutti gli enti locali coinvolti (comuni, province, regioni). La questione resta però ancora aperta. Sono trascorsi trenta mesi da quando il proponente ha depositato i documenti al ministero per ottenere il giudizio di valutazione ambientale, per ben due volte al proponente è stato anche concesso di produrre integrazioni (allungando oltremodo i tempi della procedura) ma, ad oggi, il ministero non si è ancora espresso. Il compito spetta alla Commissione Tecnica Valutazioni Ambientali, la quale, come si legge in una sua recente relazione trimestrale, è in clamoroso arretrato, perchè chiamata ad esaminare un numero spropositato di progetti, molti dei quali lacunosi e velleitari proprio come quello di cui parliamo.

Per evidenziare in modo plastico la portata degli impatti dell’opera e per illustrare le ragioni di quanti, opponendosi, chiedono che la necessaria e urgente transizione energetica si compia in modo equo e rispettoso dell’ambiente, il “Forum Sentieri Vivi 4P” – coordinamento tra diverse associazioni che nel comprensorio montano delle Quattro Province a vario titolo si occupano di tutela ambientale – ha promosso, con l’adesione di diverse altre realtà associative presenti sul territorio, una iniziativa aperta a tutti, che si svolgerà proprio nei luoghi in cui dovrebbero sorgere alcuni dei colossali aerogeneratori.

L’appuntamento è per domenica 21 settembre, alle ore 11. Quella mattina, con una pluralità di escursioni, tutte compiute utilizzando i sentieri esistenti, i partecipanti raggiungeranno la linea di crinale che si sviluppa tra il monte Giarolo a nord e il monte Gropà a sud (evidenziata in giallo nell’immagine qui sotto – in rosso alcuni dei sentieri che consentono di raggiungere il crinale salendo dalla val Curone o dalla val Borbera) per poi disporsi lungo il sentiero “200”, nel tratto in cui esso si sviluppa proprio sul crinale, e qui formare una o più catene umane, di 209 metri (perchè ciascuno dei 20 aerogeneratori misura in altezza proprio 209 metri).

Sul crinale si può arrivare anche utilizzando la seggiovia che dal villaggio “La Gioia” di Caldirola (frazione di Fabbrica Curone) porta al monte Gropà, continuando poi a piedi seguendo i segnavia del sentiero “200”.

Al “Forum Sentieri Vivi 4P” aderiscono, con un apporto fondamentale, diverse articolazioni territoriali del CAI, il Club Alpino Italiano. Anche per l’iniziativa del 21 settembre la partecipazione con il CAI comporta perciò la necessità di seguire le regole interne dell’associazione. Per risalire i sentieri con un gruppo CAI è necessario iscriversi all’escursione entro giovedì 18 settembre (info: CAI Novi Ligure: 333.91.14.996 – Cai Tortona: segreteria@caitortona.net), con la precisazione che, per chi non è socio CAI, sarà possibile attivare l’assicurazione infortuni giornaliera

A seguito dell’emergenza sanitaria da PSA, l’iniziativa si svolgerà nel rigoroso rispetto delle norme di comportamento stabilite nell’ordinanza commissariale n. 3/2025. In particolare il piano di biosicurezza a cui gli escursionisti dovranno attenersi consiste nelle seguenti misure:

  • per raggiungere il crinale, i partecipanti alla manifestazione dovranno percorrere, esclusivamente, senza mai abbandonarli, i sentieri esistenti (che sono compresi nella rete escursionistica regionale);
  • la “catena umana” sarà formata restando all’interno del sentiero “200”;
  • gli automezzi privati utilizzati per approssimarsi al luogo di effettuazione della manifestazione saranno parcheggiati esclusivamente in prossimità delle strade asfaltate o su aree adibite a parcheggio munite di cartellonistica informativa e contenitori per rifiuti;
  • al termine della manifestazione i partecipanti provvederanno alla disinfezione delle calzature con disinfettanti attivi nei confronti del virus della PSA;
  • eventuali animali domestici presenti verranno tenuti esclusivamente al guinzaglio e sarà vietato lasciarli liberi;
  • sarà vietato lasciare sul posto qualsiasi residuo di materiale infettante, compresi quelli di alimenti;
  • i partecipanti provvederanno al lavaggio degli indumenti utilizzati al rientro a casa.

In caso di maltempo la manifestazione non avrà luogo.

ha un nome, ed è italiano il socio di 15 Più Energia Srl

In un precedente post , un mese fa, abbiamo riferito della notizia, che era stata diffusa ad inizio giugno dagli studi legali che avevano lavorato all’accordo, secondo cui tra due soggetti societari – che una delle due fonti dalle quali abbiamo avuto l’informazione, il sito “energiamercato.it”, alla voce “clienti”, indicava e indica tuttora come “3R Energia Srl” e “HN Capital Partners” – era stata siglata una partnership per lo sviluppo di tre impianti eolici, compreso quello che interessa i nostri monti. Avevamo aggiunto “Alla data di ieri [11 giugno – ndr] effettuando una visura il nuovo soggetto non compariva ancora tra i soci della 15 Più Energia Srl, ma la stipula dell’accordo sembra essere recente e il termine per comunicare a Registro Imprese le variazioni societarie è di trenta giorni. Cercheremo di seguire gli sviluppi.“. Oggi, trascorso un mese, abbiamo nuovamente effettuato una visura, ed è emerso che ad entrare nel capitale di “15 Più Energia Srl”, acquistando una quota del 50 per cento (5mila euro), non è stata la holding texana indicata dal sito “energiamercato.it”, bensì una società con sede in Montello (Bg), la “Holding Nicoli Srl”, controllata da una famiglia bergamasca che risulta operante nel settore alimentare (mulini). Ne prendiamo atto, evidentemente l’articolo comparso sul sito da noi consultato contiene una informazione inesatta che ci ha tratto in inganno. Era giusto segnalarlo.

Natura d’Appennino 2025: il resoconto

Numerosi i partecipanti alla quinta edizione di “Natura d’Appennino”, organizzata sabato 21 giugno presso il Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola dal nostro Comitato, in collaborazione con il CAI, la LIPU, l’ente Aree Protette dell’Appennino Piemontese, il Museo di Storia Naturale di Stazzano.  Una preziosa occasione per approfondire la conoscenza del nostro ambiente, con una escursione sui monti e con diverse relazioni utili per capire quali e quanti studi e programmi si stanno portando avanti nel nostro contesto territoriale in ambito naturalistico.

Alcune foto dell’escursione mattutina alla scoperta del micromondo degli insetti, guidata da Carlo Cabella, direttore del Museo di Storia Naturale di Stazzano.

I filmati delle relazioni

  • intervento di Alessandro Ghiggi, documentarista e naturalista, che ha illustrato il progetto “Campagne turchesi“, riferito alla ghiandaia marina, una specie fragile che ha fatto ritorno nel Piemonte meridionale, e che è stata avvistata anche da noi, a Momperone
  • intervento di Antonio Scatassi, divulgatore ambientale e guida naturalistica, che ha parlato del progetto di monitoraggio e documentazione fotografica degli alberi vetusti, centenari, ancora presenti nel territorio delle nostre valli
  • intervento di Stefano Bovero, ittiologo ed erpetologo, sui risultati delle ricerche in corso circa l’erpetofauna e l’ittiofauna della nostra zona appenninica
  • intervento di Federica Luoni, naturalista, responsabile Settore Habitat LIPU, che ha dettagliatamente riferito sul concetto di Corridoi e di Reti ecologiche, e sul processo di costituzione, in Piemonte, di Reti ecologiche a scala provinciale, nell’ambito di Life NatConnect 20230, Progetto europeo di salvaguardia della biodiversità. I primi risultati confermano il particolare pregio delle alte valli Borbera e Curone
  • intervento di Iolanda Russo, funzionario tecnico forestale Aree Protette Appennino Piemontese, su censimento e gestione del lupo nel nostro appennino
  • intervento di Mara Calvini, naturalista e guardiaparco Aree Protette Appennino Piemontese, su BatEchoNet, progetto piemontese di studio e tutela dei pipistrelli,
  • intervento conclusivo di Michela Ballerini, per il Comitato per il territorio delle Quattro Province:  un sincero ringraziamento a chi ci ha ospitato, ai relatori, a tutti i partecipanti e un accorato impegno a proseguire insieme per l’ambiente e per il territorio.

conoscere la Natura per difendere il territorio – 21 giugno

Sabato 21 giugno si svolgerà al Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola (Cabella Ligure, AL) la quinta edizione di “NATURA D’APPENNINO”. Qui potete scaricare la locandina.

Nonostante l’unanime e motivata contrarietà di tutto il territorio ad ogni livello rappresentativo, sui crinali delle valli Borbera, Curone e Staffora incombe ancora, in tutta la sua gravità,  la minaccia del devastante progetto di impianto eolico del monte Giarolo (non si hanno nuove informazioni sugli sviluppi della procedura di valutazione ambientale in corso a Roma presso il ministero dell’ambiente, ma può essere intesa come un segnale della volontà di insistere con il progetto la recente notizia che riguarda la società proponente che riprendiamo in calce a questo post). Anche per questo il Comitato per il territorio delle Quattro Province rinnova l’appuntamento con Natura d’Appennino, un incontro tra esperti di discipline naturalistiche, aperto a tutti gli abitanti e i frequentatori dell’Appennino interessati ad approfondire la conoscenza della biodiversità di questo ecosistema oggi minacciato dalla speculazione energetica.

Il Comitato ritiene infatti che per difendere l’Appennino sia fondamentale conoscerne i valori naturalistici e ambientali. Per questa ragione, parallelamente alle numerose iniziative intraprese a contrasto dell’impianto industriale eolico progettato sui crinali a confine tra Piemonte e Lombardia, organizza e sostiene iniziative come quella in programma sabato 21 giugno presso il Rifugio delle Quattro Province di Capanne di Cosola (AL), nel cuore dell’alta val Borbera. L’incontro è organizzato in collaborazione con il Rifugio delle Quattro Province, il CAI di Novi Ligure, e con la partecipazione della LIPU, delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese e del Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano.

La giornata si aprirà con un’escursione alla scoperta del vastissimo micromondo degli “insetti”, guidata da Carlo Cabella, direttore del Museo di Storia Naturale di Stazzano. Dopo la pausa pranzo (prenotare al 3480304321) e i saluti del CAI affidati a Gianni Brocca (presidente CAI Novi Ligure) e del Comitato per il Territorio delle Quattro Province (Beppi Raggi e Laura Gola), gli argomenti trattati durante il pomeriggio spazieranno dal censimento e la gestione del lupo (Iolanda Russo, tecnico forestale Aree Protette Appennino Piemontese, e Mara Calvini, naturalista e guardiaparco APAP) allo studio e la tutela della Ghiandaia marina (Alessandro Ghiggi, documentarista e naturalista, e Antonio Scatassi, divulgatore ambientale e guida naturalistica); dagli alberi vetusti intorno ai quali è in corso un progetto di documentazione (Alessandro Ghiggi e Antonio Scatassi) al BatEchoNetwork (Mara Calvini), progetto di studio e tutela dei chirotteri; dall’ittiofauna ed erpetofauna (Stefano Bovero, ittiologo e erpetologo) alle Reti ecologiche a scala provinciale (Federica Luoni, naturalista, responsabile Settore Habitat LIPU).  Le conclusioni saranno affidate a Michela Ballerini del Comitato per il Territorio delle Quattro Province.

Dopo la cena (prenotare), per chi vorrà rimanere sarà possibile visionare il docufilm “ll gatto selvatico nell’Appennino delle Quattro Province”, di Paolo Rossi e Nicola Rebora, e un secondo cortometraggio sul lupo a cura del Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano.

Informazioni e prenotazioni: Gianni Brocca, 3480304321 info@rifugiodellequattroprovince.it; Paolo Ferrari 3687703336 paolo@appennino4p.it

NOVITA’

Un nuovo partner per la holding che controlla 15 Più Energia Srl – La 3R Energia è la holding di cui fa parte la società 15 Più Energia Srl, quella che ha proposto il “parco eolico” sui nostri monti. Da pochi giorni in rete è apparsa la notizia, diffusa dagli studi legali che hanno lavorato all’accordo (fonti qui e qui) secondo cui tra due soggetti societari – che, alla voce “clienti”, sono indicati come “3R Energia Srl” e “HN Capital Partners” – è stata siglata “una partnership per lo sviluppo di tre impianti eolici, che insieme avranno una capacità complessiva di circa 350 MW.” aggiungendo poi “tutti gli impianti si trovano attualmente in una fase avanzata di autorizzazione amministrativa. Nell’ambito dell’intesa, HN è entrata nel capitale sociale delle società veicolo che detengono i progetti dei nuovi impianti di energia rinnovabile. L’operazione prevede che HN rafforzi la propria presenza nel settore eolico attraverso l’acquisizione di partecipazioni nelle società sviluppo dei progetti, mentre il Gruppo 3R continua a guidare le fasi autorizzative e progettuali. Gli accordi tra le parti disciplinano i relativi profili negoziali, contrattuali e societari, creando una solida base per proseguire nello sviluppo e completamento degli impianti.”. Esiste una pletora di “società veicolo” controllate dalla 3R: tre di esse hanno in corso richieste di autorizzazione amministrativa per progetti di impianti eolici e la somma delle potenze previste per i relativi impianti corrisponde appunto ad una “capacità complessiva di circa 350 MW”: oltre a 15 Più Energia Srl per 124 MW (progetto “monte Giarolo”) sono 17 Più Energia Srl per 31 MW (progetto “Sassello Forte Lodrino”) e 18 Più Energia Srl per 197 MW (progetto “Imperia monti Moro e Guardiabella”). Alla data di ieri effettuando una visura il nuovo soggetto non compariva ancora tra i soci della 15 Più Energia Srl, ma la stipula dell’accordo sembra essere recente e il termine per comunicare a Registro Imprese le variazioni societarie è di trenta giorni. Cercheremo di seguire gli sviluppi.

rinnovabili, aree idonee, leggi regionali: indicazioni importanti dal TAR Lazio

la multinazionale danese Dong Energy: “tutta una questione di scala: più grande, più economico, più verde” – dipende, in molti contesti, invece, “piccolo è bello” …

Lo scorso 20 marzo abbiamo fatto il punto sul tema delle leggi regionali circa le aree idonee e non idonee ad ospitare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Avevamo segnalato che il decreto ministeriale del giugno 2024 che forniva le indicazioni per le regioni era stato impugnato da diverse imprese del settore davanti al TAR del Lazio e che si era in attesa delle decisioni dei giudici.  Il 13 maggio il tribunale ha finalmente pubblicato le sentenze. L’agenzia ANSA riporta una dichiarazione del ministro Pichetto Fratin: “La sentenza è uscita un’ora e mezza fa, ed è abbastanza voluminosa. Sostanzialmente annulla, parzialmente, il decreto, che avevamo fatto di concerto con gli altri ministeri, dicendo che le aree non idonee non esistono, le aree che sono previste per legge non possono essere limitate e ridotte“. Commento frettoloso, ripreso con enfasi in molte successive dichiarazioni dei “portatori di interessi” (qui un esempio), ma decisamente approssimativo e inesatto. Leggendo con attenzione la sentenza 9155, che ha deciso sul ricorso presentato dall’ANEV, l’associazione degli operatori del settore eolico, si apprende innanzitutto che il TAR, respingendo la tesi contraria, fortemente sostenuta dalla aziende, ha ritenuto legittima la scelta del governo di attribuire alle Regioni il potere di pianificare sul tema. È stata bocciata la scelta del ministero di ampliare fino a 7 chilometri l’area di rispetto in presenza di beni culturali o aree di interesse paesaggistico, nonostante la legge 199 del 2021 stabilisse fasce di rispetto di 500 metri e di 3 chilometri, ma soprattutto sono state annullate alcune parti del decreto perché il testo non forniva indicazioni analitiche su come le regioni possono identificare le aree sulle quali si possono istallare impianti con iter approvativi accelerati (“aree idonee”). Si legge che “non sono stati previsti criteri di valutazione tarati sulla tipologia di fonte rinnovabile e/o sulla taglia dell’impianto, non sono stati previsti criteri per valutare le situazioni di concentrazione di impianti FER nella medesima area ovvero di interazione con altri progetti o programmi, né sono stati previsti criteri per apprezzare adeguatamente specifiche aree, quali i siti Rete Natura 2000, le aree naturali protette, quelle caratterizzate da dissesto e/o rischio idrogeologico, ecc..  Il TAR ha assegnato 60 giorni di tempo al ministero dell’Ambiente per formulare questi nuovi e più specifici criteri, a cui le leggi regionali dovranno poi attenersi. Chi ha già la legge, dovrà farne un’altra, chi non aveva ancora provveduto dovrà farlo con i nuovi criteri.

“Aree non idonee”: al contrario di quanto ha affermato il ministro, la sentenza ribadisce che continuano a far parte delle categorie da utilizzare nelle classificazioni, come indica la legge statale in base alla quale è stato scritto il decreto ministeriale, e specifica che la loro caratteristica – ben nota a chi segue queste tematiche, perché già enunciata nelle Linee Guida del 2010 – è quella di “essere aree incompatibili con il soddisfacimento degli obiettivi di protezione che l’ordinamento intende perseguire … senza che ciò si sia mai tradotto in una preclusione assoluta alla realizzazione ed esercizio degli impianti FER, valendo solo a indicare la sussistenza di una elevata probabilità di esito negativo delle valutazioni, in sede di autorizzazione”  La sentenza aggiunge che “l’individuazione delle aree non idonee … costituisce il portato di una attività [finalizzata] al soddisfacimento delle esigenze di salvaguardia del patrimonio culturale e del paesaggio e al principio della minimizzazione degli impatti sull’ambiente e il territorio” poiché “non può accordarsi un favor indiscriminato agli obiettivi di produzione energetica, facendo divenire recessivi quelli legati alle esigenze di tutela del paesaggio e dell’ambiente“. Secondo i giudici, il principio di massima diffusione degli impianti FER “non può fungere da leva indiscriminata per la realizzazione senza vincoli di tali impianti nel territorio nazionale, dovendo essere giocoforza coniugato con altri valori ordinamentali di pari rango, quali quelli della tutela dell’ambiente e del paesaggio. Importante per noi, sempre in tema di individuazione delle aree non idonee, l’affermazione secondo cui, al contrario di quanto sosteneva l’ANEV, risulta “logica e ragionevole … la scelta amministrativa operata dall’articolo 7 del d.m. del 21 giugno 2024 in relazione alle aree inerenti ai beni paesaggistici di cui alle lettere c) e d), del comma 1, dell’articolo 136 del d.lgs. n. 42/2004”  [quali la alte valli Borbera, Curone e Staffora, che rientrano tra le aree vincolate “Galasso”] scelta che consiste nella possibilità da parte delle regioni di considerare “non idonee” queste aree.

eolico Giarolo, dopo la terza consultazione

Ieri, martedì 6 maggio, è stato diffuso un comunicato stampa per annunciare che la giunta della Regione Piemonte ha approvato una delibera per esprimere parere negativo nell’ambito della terza consultazione sul progetto eolico “Giarolo” avviata dal ministero lo scorso 2 aprile (a fronte di nuove integrazioni documentali presentate dalla società proponente). Un “no” che si aggiungerà a molti altri pareri negativi, netti e argomentati, già formalizzati e depositati: ad oggi sul sito del ministero sono consultabili quelli di provincia di Alessandria (prot. 80523), provincia di Pavia (prot. 80637), Comunità Montana Oltrepò Pavese (prot.79820), comuni di Cabella Ligure (prot.82239), Fabbrica Curone (prot.82287), Montacuto (prot.78461). Importantissima, in aggiunta, la valutazione di incidenza negativa confermata dall’Ente Aree Protette Appennino Piemontese (prot.72081). Sappiamo di diversi altri pareri, tutti negativi, espressi dalle istituzioni locali. Insieme alle numerose osservazioni delle associazioni e dei cittadini, potremo leggerli con qualche ritardo – per un problema più generale, come si sostiene in una recente relazione, ossia il “sottodimensionamento della segreteria” della commissione ministeriale, organo il cui parere sarà decisivo per la sorte del progetto . La segreteria, leggiamo, è in difficoltà per “far fronte agli oltre 1.000 documenti da protocollare ogni mese”. Resta inspiegabile ma comunque inaccettabile la perdurante assenza di misure veramente efficaci per scremare e porre un limite alla pioggia di progetti (simili a quello di cui parliamo, nell’impostazione e nelle vistose carenze) che da anni intasa gli uffici pubblici. Un fenomeno ben noto, frutto di dinamiche perverse, descritte recentemente in modo esemplare da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. I tempi delle procedure amministrative si allungano a dismisura e in questo modo si tengono sotto costante minaccia i territori interessati dagli impianti, costringendo i cittadini e gli enti locali a dedicarvi tante preziose energie che potrebbero essere meglio utilizzate per lavorare ad iniziative di valorizzazione del territorio e di difesa dei servizi essenziali.

La Regione Piemonte aveva anticipato il suo nuovo “no” al progetto “monte Giarolo” rispondendo  alla nostra lettera apertarisposta pubblicata sul periodico “Sette Giorni a Tortona” lo scorso 23 aprile.  Su un punto ci preme rimarcare il nostro dissenso, anche a futura memoria: l’ente regionale scrive che “il Piano Paesaggistico Regionale non consente interventi di trasformazione del suolo nella fascia di 50 metri dai crinali montani”, mentre la norma, che, ricordiamolo, riguarda il paesaggio, non specifica affatto che il divieto di “ogni intervento di trasformazione”, operi solo per il “suolo”.  Anche adottando l’interpretazione sposata dalla Regione, comunque, il progetto “monte Giarolo” resta non conforme al Piano Paesaggistico Regionale: la dimostrazione è contenuta nel testo dell’osservazione da noi spedita al Ministero – alla quale sullo stesso tema si aggiungono le importanti considerazioni contenute nell’osservazione dell’ing. Arrighetti (prot. 81341). La Regione ci risponde poi che il Disegno di Legge Aree Idonee “fornirà un quadro normativo più chiaro e stringente sulla localizzazione degli impianti a fonte rinnovabile, con particolare riferimento agli impianti eolici di grande dimensione”. Diverse regioni italiane (tra le quali, vicino a noi, la Lombardia) hanno già avviato l’iter per l’adozione di questo strumento normativo, rendendo consultabili le bozze dei rispettivi disegni di legge: non così il Piemonte. Chiediamo allora che il testo sia reso noto al più presto, perchè sul tema possano esprimersi gli enti locali, le associazioni e i cittadini, tutti quei soggetti insomma che in questi mesi si sono spesi con impegno e competenza per contrastare sia il progetto di cui ci occupiamo sia altri progetti che seguono la stessa logica. Abbiamo poi preso atto di quanto hanno dichiarato gli assessori regionali Matteo Marnati – Ambiente e Energia – e Enrico Bussalino  – Enti Locali – a proposito della necessità di collocare gli impianti per produrre energia rinnovabile in aree antropizzate o già compromesse, perciò auspichiamo che si proceda fattivamente in questa direzione, sia per l’eolico sia per il fotovoltaico.

eolico: lettera aperta

pubblicata venerdì 11 aprile 2025 come inserzione sull’intera pagina 5 del settimanale “Sette Giorni a Tortona”

Indirizzata al presidente Cirio e inviata pure a tutti gli assessori e a tutti i consiglieri regionali, perchè le nostre richieste riguardano anche loro. Di seguito il testo.

Gentile Presidente Cirio, la invitiamo a fare quattro passi per le nostre valli. Le valli intorno al Monte Giarolo sono magnifiche, e meritano certamente un’escursione. Ma i quattro passi che le chiediamo sono amministrativi, e servono a proteggerle.

La transizione energetica è indispensabile, ma nel rispetto dei territori e nella salvaguardia della loro qualità ecologica. Perciò il “no” al progetto di impianto eolico industriale “Monte Giarolo” è stato e resta unanime: in un territorio fragile, esso cambierebbe i connotati delle valli, stravolgendo viabilità e infrastrutture, mettendo a rischio la stabilità dei versanti, compromettendo la biodiversità, affondando un’economia il cui capitale è rappresentato dalla natura e dai paesaggi, alla fine creando delle ferite che sarà impossibile medicare. Un progetto evidentemente insostenibile, e irresponsabile. I pareri contrari di tre Regioni, di due Province, di tutti i Comuni, di tanti abitanti delle valli Curone, Borbera e Staffora non hanno finora fermato l’esame del progetto: fino al 3 maggio, amministrazioni e cittadini potranno ancora inviare al Ministero dell’Ambiente pareri e osservazioni, riferiti questa volta alla documentazione prodotta in replica alle richieste del Ministero della Cultura. E anche in questo frangente, si ha la riprova di quanto il progetto sia superficiale, lacunoso, elusivo sulle questioni più spinose.  Ora tocca a lei, alla Giunta che presiede e a tutti i Consiglieri Regionali.

Quattro atti della sua Amministrazione contribuirebbero a fare chiarezza sulla sua posizione, e su alcune questioni collegate al progetto.

  • Primo passo. La Regione dovrebbe ribadire la propria contrarietà, confermando il giudizio negativo già espresso.
  • Secondo passo. Nella zona di cui discutiamo, il Piano Paesaggistico non consente la realizzazione di impianti eolici entro 50 metri dalla linea di crinale. Un vincolo stabilito a tutela del paesaggio (ancora di recente il Consiglio di Stato ha ribadito l’importanza della normativa sul tema). La regione confermi che il vincolo riguarda tutte le componenti degli aerogeneratori, compreso l’ingombro delle pale, e non solo i basamenti su cui poggiano.
  • Terzo passo. Il Piano Energetico della Regione ha definito criteri per individuare per gli impianti eolici delle “aree di attenzione”, le cui caratteristiche impongono particolari cure nel valutare ogni progetto. Non vi è dubbio che i crinali montani coinvolti nel progetto siano da considerarsi “aree di attenzione”. Chiediamo che la amministrazione regionale lo confermi. 
  • Quarto passo. La Regione è chiamata a individuare per legge le aree “non idonee” per l’installazione di determinate categorie di impianti: contiamo sul fatto che sia rispettata la necessità di mantenere integre aree con caratteristiche quali quelle che distinguono il nostro territorio appenninico, classificandole tra quelle “non idonee” per gli impianti eolici.

Ecco, signor Presidente. Quattro semplici passi, e sarebbe già più chiara la differenza tra rinnovabile e sostenibile. Contiamo su di lei, sui suoi Assessori e su tutto il Consiglio Regionale.

Il Comitato per il territorio delle Quattro Province e un gruppo di cittadini innamorati delle loro valli