Parco eolico: contro le speculazioni, territori uniti per una transizione energetica condivisa e comunitaria

La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (Alex Langer)

In un comunicato, la posizione del comitato dopo aver letto le reazioni degli enti locali al nostro appello.

UN TERRITORIO UNITO CONTRO LE SPECULAZIONI ENERGETICHE CHE DEVASTANO L’AMBIENTE, IL PAESAGGIO E LA VITA DELLE COMUNITA’ LOCALI.
NETTA E UNANIME CONTRARIETA’ ALL’IMPIANTO EOLICO “MONTE GIAROLO”
È con grande soddisfazione che leggiamo della presa di posizione ufficiale di netta contrarietà al progetto di impianto eolico “Monte Giarolo” espressa dal presidente della Provincia di Alessandria Enrico Bussalino, a nome anche dei sindaci di tutti i comuni alessandrini interessati. Pressoché identica anche la posizione del sindaco di Santa Margherita di Staffora e del Presidente della Provincia di Pavia, Giovanni Palli.
Altrettanta soddisfazione nel constatare che le posizioni espresse in tale dichiarazione sono pressoché collimanti con quelle che anche noi, il Comitato per il Territorio delle Quattro Province, insieme a varie altre realtà associative dello stesso territorio, da tempo sosteniamo e diffondiamo.
Ci conforta il fatto che i rappresentanti dei cittadini e del territorio si siano espressi senza se e senza ma a favore dell’ambiente naturale, delle eccellenze ambientali, agricole, gastronomiche e culturali, dell’economia tradizionale, dei progetti di turismo lento e sostenibile, dell’escursionismo, della storia: in definitiva, a favore della possibilità stessa che questo territorio, così ricco di potenzialità, possa costruire il proprio futuro sulla base di una partecipazione popolare ampia e diffusa e della necessaria sinergia tra associazionismo, operatori economici, cittadini e istituzioni.
Modalità queste indispensabili per perseguire nei nostri territori – ma al di fuori e contro progetti devastanti e di dubbia efficacia – la transizione energetica, urgente e necessaria, a partire dal modello delle comunità energetiche rinnovabili, puntando sulle più innovative tecnologie di efficientamento e risparmio energetico e sul fotovoltaico ed eolico integrati all’esistente, senza impattare sulle risorse naturali la cui tutela costituisce il fondamento di ogni politica ambientale e di ogni scelta sociale ed economica sostenibile.
Auspichiamo pertanto che, in quello che potrebbe essere un processo ancora lungo, tutti i livelli di rappresentatività istituzionale e di partecipazione civile che sorreggono le comunità delle nostre valli conservino la loro unità di intenti inviando così all’ente cui spetterà la parola finale (ovvero il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) un chiaro segnale di contrarietà a questo e consimili progetti futuri (già per due volte respinti in passato, 2005 e 2011).
Come Comitato per il Territorio delle Quattro Province non abbassiamo certo la guardia e continueremo il nostro lavoro di informazione e analisi dell’evolversi della situazione, cercando anche di capire quali saranno le mosse della nostra opacissima controparte.

Nel mese di gennaio intendiamo organizzare un incontro pubblico durante il quale, oltre ad aggiornare sul progetto in questione e sulle novità al proposito, ci sarà occasione per far conoscere meglio le bellezze naturalistiche dei nostri crinali, la loro storia ed economia tradizionali, la loro ricca biodiversità, i tanti progetti di fruizione consapevole del territorio, nella speranza che finalmente si comprenda quanto abbiamo di prezioso da proteggere e quanto dobbiamo ancora fare per tutelare e valorizzare al meglio le nostre valli.
Comitato per il territorio delle Quattro Province
13/12/2023

parco eolico: sugli impatti qualche altro dato e qualche immagine (ma i vincoli ?)

Un progetto di enorme impatto, sotto tanti, troppi aspetti, non ultimi quello economico (142 milioni di euro, secondo il computo metrico estimativo) e quello visivo – qui sopra, tratte dalla documentazione fornita dalla società proponente, quattro simulazioni – dal campo sportivo di Cabella, dal bivio per Montecapraro, dalla provinciale 140 ad Astrata e dal campo da tennis di Fabbrica Curone – cui si aggiungono tante “perle”, comprese (come da planimetria a questo link) le due “aree di stoccaggio temporaneo [bontà loro – ndr] materiale di scavo per piccoli volumi o materiale da costruzione” per più di 40mila metri quadrati proprio intorno alla statua del Redentore sul monte Giarolo. Quanto all’attività di cantiere, qualche esempio: dalla pagina 10 del catalogo “Gru per l’energia eolica” della società Liebherr, un esempio di macchina operatrice necessaria per il montaggio dei pezzi di un aerogeneratore con altezza al mozzo di circa 130 metri, quali i “Vestas” previsti dal progetto “monte Giarolo” (foto scattata in pianura, da immaginare sui nostri monti moltiplicata per 20 – le “formichine” alla base sono furgoni) e un esempio di “trasporto eccezionale” di un componente su una strada di montagna (da noi, moltiplicare la visione per 23 Km, lunghezza prevista per la strada “larga 6/7 metri”).

Del progetto abbiamo già scritto “di getto” il 25 novembre, pochi giorni dopo la pubblicazione dei documenti sul sito del ministero dell’ambiente, per segnalare ai cittadini la necessità di prenderne conoscenza e per chiedere alle istituzioni che li rappresentano di svolgere con scrupolo e tempestività il ruolo che è loro assegnato in questa fase, ossia quello di esaminare il progetto, di individuare le carenze documentali e argomentative e, tramite il ministero, chiedere le doverose integrazioni. Nel frattempo abbiamo continuato la lettura dei 1062 file inseriti sul sito del ministero. Lavoro non facile, perché gli indici di consultazione si limitano a citare poche “macroaree”, in ognuna delle quali è stata riversata parte della pletora di documenti immessi in rete.  

Abbiamo individuato (e le abbiamo raggruppate in un unico file) più di trenta  tabelle, ciascuna riferita a distinti segmenti chilometrici, con alcune indicazioni tecniche sugli accorgimenti che si adotterebbero per realizzare la linea ad alta tensione tra Vendersi e Vignole. A nostro avviso questa componente del progetto continua a necessitare di molti approfondimenti.

Ribadiamo: non può che definirsi “elusiva”, poi, la trattazione del ben noto vincolo posto dal Piano Paesaggistico Regionale. Poiché le nostre alte valli ricadono tra le aree tutelate ex art. 134 del codice dei beni culturali e del paesaggio: A) gli impianti eolici possono essere collocati solo al di fuori di una zona di 50 metri per lato dalle linee di crinale. B) nell’intorno dei 50 metri si possono situare solo i tracciati viari per la realizzazione degli impianti ma a condizione che, al termine delle opere, si provveda al “ripristino integrale dei luoghi e, ove necessario, la trasformazione in tracciato di ridotta larghezza per la manutenzione degli impianti“.

Continueremo nel nostro impegno, convinti che sia utile e necessario.

dal progetto di eolico industriale “Monte Giarolo” un impatto enorme: il nostro (primo) invito alle istituzioni

Da pochi giorni sul sito del ministero dell’ambiente si possono visionare i documenti relativi al progetto di parco eolico “Monte Giarolo”. Facendo clic sull’immagine, è possibile visulizzare il “layout”. In tutto, 20 aerogeneratori “Vestas 162”. Sulla dorsale “ovest” dell’impianto quattro pale dovrebbero essere piazzate tra il monte Giarolo e il passo di Brusamonica, una a ridosso del monte Panà, tre sul crinale secondario che si diparte dal monte Cosfrone verso la val Borbera. Sulla dorsale “est” ben dodici pale sul crinale tra monte Chiappo e monte Boglelio. Prevista una strada di collegamento tra i due versanti, da realizzare in gran parte ex novo attraverso un sito “Natura 2000”.

Qualche numero: ciascun aerogeneratore “Vestas 162” misura in altezza 209 metri (128 metri al mozzo su cui si imperniano tre pale, ciascuna lunga circa 80 metri), e comprende: a) diversi segmenti conici (i “conci” pesanti decine di tonnellate) la cui unione realizza il “palo” – b) la navicella (pesante 94 tonnellate) posta al vertice superiore del palo che contiene il generatore azionato dalle pale (ciascuna pala pesa 21,5 tonnellate). Per portare il tutto sul luogo di assemblaggio occorrono 11 trasporti eccezionali per ogni macchina, quindi ne serviranno 220 (11 per 20) per completare l’impianto. Per collocare e montare nei venti siti prescelti queste componenti e per farvi giungere le macchine operatrici, oltre che per accedervi durante la vita dell’impianto, si prevede di realizzare sui crinali una strada di collegamento larga 6 metri e di lunghezza complessiva indicata in “circa 23 km” di cui “circa 6 km di nuovo tracciato.

Abbiamo scritto alle istituzioni locali una lettera del seguente tenore:

L’impatto sul territorio di un impianto industriale di queste dimensioni è enorme, e porterebbe a una radicale trasformazione delle caratteristiche ambientali, paesaggistiche, agricole, forestali e storiche del nostro comprensorio, con gravi ricadute sui progetti di valorizzazione dello stesso, vanificando gli sforzi compiuti in tanti anni da istituzioni locali, associazioni e individui che lo abitano e frequentano.

Ad oggi non ci risulta che da parte delle istituzioni si siano prese iniziative volte a informare la popolazione locale intorno a un fatto di tanta importanza, né che vi siano state prese di posizione su questo progetto.

La società proponente ha intrapreso presso il ministero la procedura per il rilascio di un “Provvedimento unico in materia ambientale” (PUA), che è regolato dal art. 27 del T.U. Ambiente (come novellato dall’ art. 22 del D.L. n. 77/2021). Dal 13 novembre 2023, tutti i dettagli tecnici del progetto di cui parliamo sono stati pubblicati e sono consultabili al link https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/9514/13966. Le istruzioni operative riferite alla procedura di PUA (cfr al link https://va.mite.gov.it/it-IT/ps/Comunicazione/IndicazioniOperativeUnico ) chiariscono nel modo seguente quanto stabilito dall’art. 27 del T.U. Ambiente: “entro trenta giorni dalla data di pubblicazione della documentazione sul PVA [Portale valutazioni Ambientali – NDR], l’Autorità competente e le Amministrazioni e gli Enti potenzialmente interessati e comunque competenti in materia ambientale verificano, per i profili di rispettiva competenza, l’adeguatezza e la completezza della documentazione presentata rispettivamente per il rilascio del provvedimento di VIA e dei titoli in materia ambientale. Ove necessario, le suddette Amministrazioni richiedono, per il tramite della DVA, integrazioni; la documentazione integrativa deve essere trasmessa dal proponente entro un termine perentorio non superiore a 30 giorni dalla richiesta di integrazioni.” Come abbiamo scritto più sopra, la documentazione di progetto risulterebbe essere stata pubblicata il 13 novembre. Entro il 13 dicembre è perciò possibile (e necessario, a nostro avviso) presentate le richieste di integrazioni.

Dal copioso materiale inserito sul Portale ministeriale (purtroppo senza particolare accuratezza per quanto riguarda gli indici di consultazione) abbiamo estratto alcuni tra i documenti che ci sono parsi più importanti e li abbiamo riportati su Google Drive per una più rapida e agevole consultazione. In calce a questa mail riportiamo i relativi riferimenti (“link”).

Molte e importanti le “voci” che palesemente richiedono chiarimenti e integrazioni. Di seguito alcune di esse.

L’energia prodotta dall’impianto dovrebbe essere immessa nella rete nazionale mediante un elettrodotto ad alta tensione tra Vendersi e il “nodo” di Vignole Borbera: così si legge nei documenti, che però non riportano alcun altro dettaglio su come si intenda realizzare questa parte del progetto, le cui criticità sono sempre emerse quando si trattò di valutare analoghi progetti negli anni scorsi. Il progetto contiene unicamente una succinta relazione geologica di dodici pagine.

La normativa regionale piemontese prevede che gli impianti di generazione da fonte eolica non possano essere collocati in un intorno di 50 metri dalle linee di crinale. Nessun cenno a questo vincolo è svolto negli elaborati resi disponibili. Di fatto, caricando su Google Earth il database elaborato dalle regione Piemonte che individua le suddette aree circostanti i crinali e incrociando la grafica con le coordinate geografiche che la società proponente indica rispetto alla localizzazione di ciascuna torre, si scopre che quasi tutte le torri sarebbero collocate a pochissima distanza dal limite di 50 metri. [ NDR : in calce a questo posto trovate venti link alle immagini di dettaglio riferite a ogni singola torre]. Se si considera che l’aerogeneratore necessita anche di una piazzola più ampia alla base, diventa estremamente importante chiedere chiarimenti sul rispetto del vincolo.

Anche le soluzioni “viabilistiche” preconizzate, appaiono incongrue e necessitano di essere meglio considerate: dall’area di stoccaggio materiali prevista a San Giorgio di Brignano Frascata si salirebbe al “nodo” di San Sebastiano Curone, dove, per evitare la “S” del ponte sul Museglia, si dovrebbe proseguire lungo la stretta strada sulla sx orografica del Museglia sino alla “piazza del mercato”, posizionandovi una gru che dovrebbe sollevare gli elementi di ciascun aerogeneratore scaricandoli sul lato opposto del torrente, di fronte alla Casa di riposo “San Giuseppe”, per riprendere il trasporto su un breve tratto della SP110 San Sebastiano-Pertuso, seguitando sulla SP114 lungo la dx orografica del Museglia e sulla SP116 per Costa dei Ferrai realizzandovi diverse grosse varianti per superare tratti difficoltosi a Magroforte Inferiore e Superiore e a Costa.

Dal cimitero di Costa – bivio per Gregassi – a Pian della Mora si prevede di realizzare una strada di ben 23 km, larga 6-7 metri, per il trasporto dei generatori e per la successiva manutenzione negli anni, seguendo inizialmente la sterrata per il Monte Giarolo fino alla Statua del Redentore, poi il crinale fino al passo di Brusamonica, aggirando quindi il Monte Panà fino al Monte Cosfrone, e ancora biforcandosi sul lato val Borbera verso il Monte Roncasso e aggirando invece l’Ebro sul lato val Curone (attraversando così il sito Natura 2000 … ) fino a Bocche di Crenna, per poi tagliare il versante del Monte Chiappo e proseguire sul crinale Curone/Staffora fino a Pian della Mora.

Saltano agli occhi tutte le incongruenze e le criticità di questa ipotesi progettuale.

Confidiamo che Ella tenga nella giusta considerazione questa scadenza, e prenda atto con la massima attenzione dell’importanza di una chiara presa di posizione, nell’interesse di tutta la Comunità.“.

Link

Cartella con le videate da Google Earth in cui, per ciascuna torre, si riporta l’esatta collocazione raffrontata al limite di 50 metri dalla linea di crinale

sintesi non tecnica

relazione tecnica descrittiva

quadro di riferimento programmatico

quadro di riferimento progettuale

quadro di riferimento ambientale

relazione tecnica viabilità alternativa

relazione tecnica trasporto

relazione elettrica

strada da Costa a cresta monte Giarolo

strada di cresta su crinale Giarolo verso Ebro

strada tra versante Ebro Chiappo e inizio crinale Staffora/Curone

strada crinale Staffora/Curone verso Boglelio – pian della Mora
relazione geologica circa il collegamento tra sottostazione di Vendersi e punto di consegna a Vignole

cartella con la planimetria catastale riferita alle singole pale, in cui si può notare la superficie occupata da ciascuna (dentro o fuori i 50 mt ?)

Raffronto grafico per ciascuna macchina tra il perimetro in cui è vietata la collocazione delle torri e le coordinate geografiche inserite in progetto
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“Natura d’Appennino 2023”: l’escursione, le relazioni, la discussione (e una novità preoccupante)

L’edizione 2023 di Natura d’Appennino, l’incontro naturalistico organizzato dal Comitato per il territorio delle Quattro Province in collaborazione con il Rifugio delle Quattro Province e con la partecipazione dell’Ente Gestore delle Aree Protette dell’Appennino Piemontese, ha visto anche questa volta una partecipazione significativa di un pubblico eterogeneo interessato ad approfondire i temi naturalistici e ambientali che caratterizzano l’Appennino settentrionale e in particolare il territorio delle Quattro Province. Durante l’escursione mattutina è stato possibile addentrarsi in un pascolo “a riposo”, apprezzare nel bosco un faggio monumentale, scorgere volatili come il gheppio e il falco pecchiaiolo, cogliere insomma questi e tanti altri spunti per apprezzare la grande biodiversità del sito Natura 2000 “dorsale Ebro-Chiappo”.

L’incontro pomeridiano, di cui proponiamo il resoconto filmato, è stato caratterizzato da due relazioni appassionanti e approfondite, introdotte da tre brevi presentazioni.

Introduzione / 1 (Laura Gola) https://youtu.be/GlkCIsfxMRA

Introduzione / 2 (Paolo Ferrari) https://youtu.be/hbsu_Y9-eqg

Introduzione / 3 (Irene Zembo) https://youtu.be/ptyTm5X2xMU

Relazione 1 (Giacomo Gola) https://youtu.be/RKGYbNwt_8k

Relazione 2a (Stefano Bovero) https://youtu.be/RKGYbNwt_8k

Relazione 2b (Stefano Bovero) https://youtu.be/vhw2JWM9VC8

Al termine delle relazioni si è svolto un articolato dibattito toccando diversi temi quali la biodiversità e il sistema di aree protette, la difesa del suolo e la tutela delle risorse idriche. Da parte di tutti è stata espressa la forte preoccupazione circa i numerosi fattori critici che minacciano il peculiare ambiente naturale di questo nostro angolo di appennino.

Sorpresa e sconcerto, infine, per una notizia recentissima. In modo fortunoso abbiamo appreso che, presso il “Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica” , siglato “MASE”, è stato avviato l’esame di un progetto per realizzare un imponente “parco eolico” presumibilmente sui crinali delle valli Borbera, Curone e Staffora. Gli elaborati del progetto non sono ancora consultabili. Sul sito ministeriale la descrizione del progetto è la seguente: “realizzazione di un nuovo parco eolico composto da 20 aerogeneratori denominato “Monte Giarolo” e relative opere connesse, della potenza massima complessiva di 124 MW, sito nei Comuni di Albera Ligure, Cabella Ligure, Fabbrica Curone e Santa Margherita di Staffora“. Ritorneremo sul tema al più presto.

appuntamento al 3 settembre per “Natura d’Appennino”

Al Rifugio delle 4 Province (Colonia Capanne di Cosola – Cabella Ligure). il 3 settembre 2023 ritorna la giornata di confronto e divulgazione dedicata alla natura dell’Appennino delle Quattro Province.

Il programma

h. 10.00Ritrovo al Rifugio delle 4 Province (Capanne di Cosola) con escursione nella ZPS Ebro Chiappo

h. 12.30Trasferimento in rifugio e pranzo-buffet con prodotti tipici del territorio

h. 14.30Interventi:

  • Apertura dei lavori con i saluti di Giovanni Brocca (presidente della Sezione C.A.I. di Novi Ligure e Operatore Tutela Montana)
  • Introduzione (Laura Gola, biologa, e Paolo Ferrari, etnologo – Comitato per il territorio delle Quattro Province)
  • Il pregio floristico dell Appennino nord-occidentale (Giacomo Gola, Guardiaparco Aree Protette Appennino Piemontese)
  • Il Museo Civico di Storia Naturale Villa Gardella di Stazzano, un’interessante realtà nel territorio alessandrino – Accenni su alcuni invertebrati protetti e/o peculiari delle aree protette dell’Appennino piemontese (Carlo Cabella, entomologo, Direttore Museo Civico di Storia Naturale di Stazzano – fondatore ALI, Associazione Lepidotterologica Italiana)
  • La magia dell’acqua. Alla scoperta dell’ittiofauna e dell’erpetofauna dell’Appennino nord-occidentale (Stefano Bovero, biologo, ricercatore indipendente ”Zirichiltagghi”, Sardinia Wild Life Conservation NGO)

h. 17.00. Discussione sui temi trattati.

(possibilità di pernottamento presso il Rifuglo)
per informazioni
Paolo – 3687703336 mail: paolo@appennino4p.it
Gianni – 3480304321 info@rífugiodelle4province.it

Assalto al Parco

Il nostro Comitato condivide pienamente le considerazioni formulate nel testo che ci è pervenuto e che di seguito abbiamo trascritto. L’autore è un consigliere dell’Ente di Gesione.

Scene d’altri tempi al Consiglio dell’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po Piemontese tenutosi
mercoledì 22 febbraio a Casale Monferrato. All’ordine del giorno la discussione delle istanze
presentate da comuni e associazioni, su richiesta della Regione Piemonte, relative ad una revisione
dei confini del Parco e dell’Area Contigua (cioè una zona intorno al Parco in cui la caccia è consentita
ma solo a coloro che risiedono nei comuni inclusi nell’area contigua stessa)
.
Cacciatori e agricoltori, unitamente alla Provincia di Vercelli e ai sindaci di Ronsecco, Saluggia,
Fontanetto Po, Tricerro, Crescentino, Trino e Livorno Ferraris, chiedono, per il territorio vercellese,
l’abolizione delle aree contigue e la riduzione delle Aree Protette
ritornando ai confini del 2020
(prima dell’entrata in vigore della L.R. 11/19 che ha definito alcuni ampliamenti), con conseguente
cancellazione del recentemente istituito Parco Naturale del Bosco della Partecipanza e delle Grange
Vercellesi. L’ATC AL1 e il comune di Moncestino sono sulla stessa linea in riferimento al casalese.
Perché? Perché tutto questo? Per andare a caccia.

Il mondo venatorio, in rivolta dopo gli ampliamenti dei confini entrati in vigore nel gennaio 2021,
spalleggiato da quello agricolo (o, meglio, parte di esso – che inspiegabilmente ancora preferisce
piegarsi alla lobby venatoria piuttosto che sostenere l’implementazione di pratiche davvero efficaci
nel controllo dei cinghiali) e di cui alcune amministrazioni locali si sono fatte portavoce, si propone
ancora una volta come la soluzione del problema cinghiali
e danni alle coltivazioni. Tuttavia, è ormai
ampiamente documentato tramite studi e ricerche che la caccia non è la soluzione.
Gli ultimi decenni
ne sono una evidente testimonianza sotto gli occhi di tutti. Laddove necessari, gli interventi di
controllo faunistico devono essere effettuati con un approccio tecnico e non ludico, devono essere
pianificati, coordinati e continuativi, e, infine, devono avere un basso impatto su altre specie.

Il Consiglio del Parco, seguito da un folto pubblico di cacciatori, agricoltori, vertici delle loro
associazioni di categoria e della Provincia di Vercelli, è stato preceduto da una comunicazione del
Vicepresidente della Regione Piemonte, Carosso
, il quale ha ribadito la volontà della Regione di
ascoltare le richieste del territorio, dettando in maniera affatto velata la linea che il Consiglio del
Parco avrebbe dovuto tenere
per l’espressione del parere sulle richieste di modifica dei confini
pervenute. La drammaticità della situazione è sotto gli occhi di tutti. Il gesto senza precedenti è stato
preceduto nelle ore prima del consiglio da un ultimo assalto, ovvero dall’arrivo di alcune ulteriori
lettere inviate da Provincia di Vercelli, Comune di Livorno Ferraris e alcune associazioni agricole per
ribadire le richieste già espresse.
Alla fine il Consiglio ha accolto le istanze, che verranno trasmesse alla Regione, proponendo altresì
la conversione delle Aree Contigue in Zone Naturali di Salvaguardia per consentire la caccia in tali
aree anche a chi non è residente nei comuni dell’Area Contigua.

È stata scritta una pagina nera nella storia del Parco, chiamato ad esprimersi favorevolmente sulle
richieste di riduzione del proprio territorio, dopo anni di lavoro, svolto con Enti e associazioni, per
giungere all’estensione attuale.

In questo clima passano in secondo piano le buone notizie: i comuni di Mazzè, Pecetto di Valenza e Castelnuovo Scrivia hanno chiesto l’ampiamento del Parco; il Comune di Palazzolo Vercellese e le Associazioni Ambientaliste hanno chiesto il mantenimento dei confini attuali nel territorio vercellese. Anche questo è il territorio da ascoltare.

Le richieste di riduzione sono in contrasto con gli indirizzi dettati dalla strategia dell’UE sulla
biodiversità per il 2030. Ancora una volta si è potuta constatare la miopia di una politica che gestisce il territorio per il proprio “oggi” e non per il “domani” di tutti, trascurando sia gli aspetti tecnici e scientifici sia la voce di molti cittadini ben consci dell’importanza e delle potenzialità delle Aree Protette.

Crediti: l’immagine in alto – scorcio dell’oasi naturalistica di Isola Sant’Antonio (Al) – è tratta da Piemonte Parchi

Le rinnovabili non diventino l’ennesima minaccia all’ambiente naturale: serve un cambio di paradigma

fotovoltaico sui tetti delle stalle e dei portici – Magroforte, fraz. di Montacuto (Al)

De te in fabula narratur. Ci sono giunti segnali di un rinnovato interesse per l’eventuale realizzazione di impianti eolici di grande taglia sui monti delle Quattro Province.

In attesa che siano meglio definite le intenzioni del nostro governo circa l’individuazione delle aree idonee per installare questo tipo di impianti, abbiamo elaborato un documento ampio e articolatoche può anche costituire una base argomentativa per altre realtà associative, ambientaliste o d’altra natura, presenti sul territorio come pure per tutti coloro che lo abitano e lo frequentano. Naturalmente ci rivolgiamo anche a realtà che stanno fronteggiando le stesse criticità connesse alle politiche energetiche rinnovabili, in particolar modo in area appenninica.

Sono questioni complesse, che non si possono liquidare con semplici slogan, anche perché in gioco vi sono i valori naturalistici e paesaggistici delle aree a più elevato livello di biodiversità del nostro Paese. Anche per questo rivolgiamo l’invito a tutti i nostri concittadini a leggere questo nostro documento contribuendo con riflessioni e analisi a far fronte in maniera informata e consapevole a scelte e decisioni che potrebbero presto interessare nuovamente il nostro Appennino.

A CHE PUNTO SIAMO

Gli obiettivi europei di decarbonizzazione e di sviluppo sostenibile hanno determinato anche nel nostro Paese un enorme impulso alle cosiddette energie rinnovabili, accompagnato da una altrettanto intensa campagna mass-mediatica caratterizzata spesso da messaggi sommari e acritici che di solare e fotovoltaico nascondono ogni aspetto di criticità.

Queste stesse fonti energetiche, infatti, vengono presentate quali sola e imprescindibile scelta per raggiungere gli obiettivi di contrasto al riscaldamento climatico, un fenomeno che il mondo scientifico nella sua quasi unanimità attribuisce all’azione dell’uomo, la cui sempre crescente impronta sulla biosfera ha portato a formulare la nozione di una nuova età geologica denominata Antropocene, la datazione del cui inizio è ancora oggetto di discussione negli ambienti scientifici.

1 . UN LIMITE C’E’

Se è innegabile il ruolo di tali forme di energia (solare, eolico, idroelettrico, geotermico ecc.) nel superamento dell’era del carbonio, è altrettanto difficile pensare che l’obiettivo possa essere raggiunto all’interno dell’attuale modello di crescita e sviluppo indeterminato e progressivo. Questo perché le energie rinnovabili sono “utili ma non miracolose”. Non possono soddisfare una crescita sfrenata e continua come quella che abbiamo conosciuto finora con “l’era degli idrocarburi”. Infatti il nostro modello di sviluppo contravviene (come sottolineato da autorevoli scienziati di varia formazione ed esposto in documenti scientifici già a partire dagli anni settanta del secolo scorso) al secondo principio della termo-dinamica e al concetto di entropia ad esso strettamente correlato, così come teorizzato dall’economista e matematico Nicholas Georgescu-Roegen, (1906 – 1994) e sintetizzato nella frase: “Una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito”.

2. ENERGIE RINNOVABILI REALMENTE “SOSTENIBILI” E “RINNOVABILI” ?

Lo sviluppo sostenibile, termine che ha avuto un grandissimo successo in tutto il mondo, è stato utilizzato come “un’impostura” ossia uno slogan che aveva in sé un’affermazione falsa e fuorviante (vedi Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo, Torino 2005). Così come la definizione delle energie solari (fotovoltaico ed eolico in particolare) in quanto rinnovabili e pulite, si scontra con serie difficoltà non appena si abbandoni il terreno delle assillanti campagne di promozione delle stesse, e si consideri invece l’intera filiera produttivo-estrattiva che consente di utilizzare il sole e il vento per soddisfare le esigenze energetiche della società contemporanea. Tali energie infatti dipendono da un’intensa attività estrattiva mineraria, finalizzata in particolare all’ottenimento delle cosiddette terre rare, processo industriale, almeno allo stato attuale, dall’elevatissimo impatto ambientale, come dimostrato ormai da una vasta letteratura e pubblicistica tecnico-scientifica. Pertanto, un discorso obiettivo e onesto (che rispetti il diritto imprescindibile dell’opinione pubblica nel suo insieme ad ottenere una corretta informazione sulle energie rinnovabili) non può occultarne le criticità; sia quelle sopra ricordate, sia quelle collocate, per così dire, a valle e al termine della filiera, che riguardano l’inserimento dei manufatti industriali di produzione di energia eolico-solare (con i relativi ingentissimi danni agli ecosistemi e ai paesaggi naturali e storici), nonché lo smaltimento dei materiali che, data la loro scarsa riciclabilità, già presenta criticità gravissime (secondo la ricerca a cui fa riferimento l’articolo precedente); in particolare sul riciclaggio delle pale eoliche si vedano anche la fonte citata in questo articolo e il servizio che vi ha di recente dedicato l’emittente televisiva francese France 24. Solo tematizzando tali problematiche si potrà con approccio obiettivo porre a confronto l’impatto ambientale di queste fonti energetiche con quelle basate sull’utilizzo degli idrocarburi. Se è vero che, per quanto riguarda l’estrazione mineraria delle terre rare, sembrano profilarsi all’orizzonte soluzioni sostitutive delle stesse e di minor impatto ambientale (si veda anche, poco convincente e chiaramente ideologico quest’altro testo), è altrettanto evidente come tali soluzioni siano ancora ben lontane da un’applicazione reale, per motivi che possono essere variamente definiti.

3. CAMBIO DI PARADIGMA

In questa sede e ai nostri fini non è peraltro di primaria importanza dirimere la disputa tra i sostenitori delle une e delle altre (operazione per altro non facile o pressoché impossibile visti gli enormi interessi economici in gioco a livello planetario). È però fondamentale uscire dalla narrazione retorica, propagandistica, promozionale e manipolatoria che impedisce di raggiungere la necessaria consapevolezza collettiva su pregi e limiti delle fonti energetiche alternative agli idrocarburi, sfatando il pericoloso mito secondo il quale in esse risiede la soluzione assoluta e priva di ogni controindicazione dei problemi di fabbisogno energetico dell’umanità, se non addirittura il superamento di ogni criticità ambientale. Naturalmente tutte queste considerazioni non sono finalizzate a screditare le energie cosiddette rinnovabili in quanto tali, a favore di altre forme di produzione energetica (carbone, gas, petrolio, nucleare), ma a sottolineare come, a monte di ogni considerazione comparativa tra diverse forme di produzione energetica, debba tenersi fermo il concetto , derivante da quanto esposto al punto 2, che nessuna transizione autentica verso una riduzione di emissione di CO2 è possibile senza un radicale mutamento di paradigma nelle scelte umane all’interno della biosfera. Tale mutamento deve fondarsi sul concetto che l’unica energia veramente pulita è quella che non si utilizza, ovvero quella risparmiata. Il che però non può significare solo l’adozione di sistemi di risparmio ed efficientamento energetico (soluzione pure auspicabile in ogni contesto). Questo non sarebbe infatti sufficiente all’interno del paradigma della crescita infinita, giacché quanto eventualmente risparmiato in termini energetici sarebbe vanificato dagli obiettivi di crescita esponenziale perseguiti da tutti i sistemi economici mondiali. Solo la radicale revisione di tali obiettivi di crescita indefinita attraverso un “cambio di paradigma” potrebbe consentire il raggiungimento di obiettivi di armonizzazione della presenza dell’uomo all’interno dell’ecosfera, riducendo drasticamente l’impronta energetica ed ecologica in generale dell’uomo sull’ambiente.

4. LE ALTERNATIVE POSSIBILI

In altri termini, le energie cosiddette rinnovabili, se inserite all’interno dell’attuale dominante modello di sviluppo e di crescita indeterminata, non possono che tradursi in una nuova forma di aggressione estrattivista alle risorse naturali, e di fatto, allo stato attuale, esse si configurano in forme speculative, in strategie che non tengono conto (né sono interessate) a discriminare opportunamente tra possibili applicazioni di minor impatto ambientale rispetto ad altre soluzioni (adottate nella prevalenza dei casi) che invece esercitano il massimo dell’impatto sugli ecosistemi, sull’ambiente naturale e storico-paesaggistico. A titolo di esempio, gli impianti industriali eolici e fotovoltaici (molto inopportunamente denominati “parchi”) vengono installati in aree naturali e agricole, spesso di pregio naturalistico e paesaggistico, senza che venga problematizzato l’enorme impatto che esse determinano in termini di consumo di suolo e alterazione/distruzione di habitat e paesaggi naturali e culturali, né venga posto con il giusto grado di discrimine l’esistenza di una scelta alternativa che invece privilegi le aree già artificializzate, urbane, peri-urbane, industriali e commerciali (tetti di capannoni o strutture artificiali pre-esistenti), sviluppando nel contempo quelle soluzioni tecnologiche che favoriscano tali opzioni, che peraltro già esistono, ma la cui applicazione è come al solito subordinata a considerazioni di interesse lobbistico anziché a finalità di pubblica utilità.

Il cambio di paradigma richiamato al punto 3 appare tanto necessario quanto irrealistico allo stato attuale di consapevolezza e cultura a tutti i livelli della società. Tuttavia, ancorché irrealistico, tale principio va tenuto fermo come presupposto per ogni proposta alternativa di scelta economica, politico e sociale, finalizzata agli obiettivi del contrasto di una crisi globale che non è solo climatica, ma anche ambientale, e concerne la biodiversità nel suo insieme, e la possibilità stessa di una sopravvivenza della specie umana nel mondo, sia dal punto di vista biologico sia da quello culturale. Fermo restando quanto osservato ai punti 1 e 2, le energie cosiddette rinnovabili, ormai imprescindibili nelle strategie energetiche odierne e future (indipendentemente dai diversi pareri scientifici, tecnici e politici, disinteressati o meno, che non rientra negli obiettivi di questo documento analizzare), potranno fornire un contributo all’attenuazione dell’”impronta ecologica” dell’uomo dell’Antropocene sul pianeta solo all’interno di tale mutamento di paradigma.

Tuttavia, non mostrando esso segni di una sua affermazione in un futuro prossimo, occorre, da un punto di vista ambientalista, concentrare le forze per limitare e contrastare le applicazioni speculative e dannose di tali forme di produzione di energia, che, come si è detto, si configurano sempre di più, in tale accezione, come una nuova frontiera dell’aggressione estrattivista alle risorse naturali planetarie.

5. INCOMPATIBILITA’ TRA IMPIANTI INDUSTRIALI E TERRITORI NATURALI ED AGRICOLI

Occorre quindi coniugare il principio esposto al punto 3 (risparmio e efficentamento energetico, riduzione di consumi e sprechi) ad un secondo principio che ribadisca con decisione l’incompatibilità dell’impiantisca eolica e solare all’interno di territori naturali e agricoli (quindi non necessariamente destinati allo sfruttamento agricolo, ma anche le zone incolte, cespugliate, boschive, umide, intese come indispensabili serbatoi di biodiversità e servizi ecosistemici) con i principi stessi ai quali la cosiddetta transizione energetica si ispira, vale a dire la tutela degli habitat, del suolo e della biodiversità nel suo insieme.

L’istanza che richiama l’utilizzo di superfici non agricole per l’installazione di impianti fotovoltaici è per altro sostenuta anche da categorie economiche non certo tacciabili di ambientalismo estremo. (allo stesso link si veda anche la reazione lobbistica di Elettricità futura). L’installazione di pannelli fotovoltaici su tetti di edifici commerciali è per altro misura inclusa nel PNRR. Nella stessa direzione sono orientate le indicazioni contenute nelle linee guida della Commissione europea (Potential impacts of solar, geothermal and oceanenergy on habitats, speciesprotected,under the birds and habitatsdirectives, 2020), dove si afferma esplicitamente che “la migliore misura di conservazione è evitare siti importanti per conservazione di habitat e specie protette dall’unione europea” (…) “non solo siti Rete Natura 2000, ma tutte le aree connesse dal punto di vista della funzionalità ecologica” (p. 17). Nello stesso documento si legge: “Idealmente, i parchi solari si collocano in prossimità di habitat naturali già alterati da infrastrutture (strade asfaltate, ferrovie ecc.) o da edifici (aree urbanizzate)”. Più problematica l’indicazione di utilizzare brownfields, cioè terreni contaminati e a basso livello di biodiversità (ad esempio aree industriali dismesse) o anche aree agricole sfruttate intensivamente con uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi la cui biodiversità – secondo le linee guida in questione – potrebbe essere migliorata con l’installazione di impianti solari realizzati con determinati criteri (p. 17).

Infine, anche nel recente documento prodotto da FAI, Legambiente, WWF Italia si dà una netta indicazione contro il consumo di nuovo suolo per la realizzazione di impianti fotovoltaici, mentre per quanto riguarda l’eolico permangono pesanti ambiguità e manca una decisa presa diposizione contro l’installazione di impianti eolici in aree naturali.

6. EOLICO E FOTOVOLTAICO SU AREE GIA’ ARTIFICIALIZZATE

Per quanto riguarda gli impianti eolici, la Commissione europea ha prodotto nel 2020 un documento specifico, nel quale vengono esposte nel dettaglio criteri e procedure di verifica delle turbine eoliche su specie e habitat, in particolare con riferimento ai siti Rete Natura 2000. Osserviamo che, diversamente da quanto argomentato nel documento precedentemente considerato a proposito dell’ideale utilizzo di aree degradate per l’installazione di impianti fotovoltaici, gli impianti eolici vengono analizzati, come si è detto, per il loro impatto sugli habitat naturali, ma non sembra contemplata, né tanto meno indicata come preferibile, la possibilità di una loro installazione in aree già compromesse dal punto di vista della biodiversità. L’attenzione dei redattori del documento è tutta concentrata sugli impianti composti da pale eoliche di grandi dimensioni e destinati a spazi naturali, mentre non vengono considerate le tecnologie più innovative che consentono applicazioni di macchine per la produzione di energia eolica all’interno di strutture artificiali pre-esistenti (viadotti autostradali e ferroviari, ecc.) o integrate in edifici (cfr il link e il link).

Anche l’AD di Enel,Francesco Starace, in una dichiarazione che ha avuto molta risonanza, ha sostenuto l’inopportunità di installare nuove pale eoliche sul territorio italiano e pannelli solari su aree agricole anziché su tetti di capannoni. A tale proposito si veda anche un altro link dal quale si evince, dai termini dell’accordo tra il Ministro della Cultura Dario Franceschini e il ministro della Transizione, Roberto Cingolani, una certa intenzionalità nell’orientare le scelte di installazione degli impianti industriali eolici e solari in aree non naturali (le cosiddette aree idonee), anche se manca una determinazione chiara nel preservare da tali interventi la totalità dei suoli naturali e agricoli. Il tema dell’installazione del fotovoltaico su edifici civili pubblici e privati (anche nelle zone centrali degli abitati grazie a nuove soluzioni che consentono di rispettare le caratteristiche urbanistiche dei centri storici) è trattato in un articolo che assume a titolo esemplificativo la città di Roma e fa riferimento allo studio riportato a questo link. . Ai succitati riferimenti di tipo scientifico aggiungiamo la segnalazione di alcuni interventi di carattere politico-culturale che vanno nella stessa direzione di incentivazione di forme di utilizzo delle fonti rinnovabili non invasive dal punto di vista ambientale. Particolarmente centrato e ben argomentato ci sembra l’articolo dello storico dell’arte Tomaso Montanari.

In conclusione, non mancano studi dai quali si può desumere come non sia per nulla irrealistico, ma piuttosto necessario e doveroso, orientare l’installazione di impianti di energia rinnovabile (fotovoltaico, ma sempre più anche eolico, con le nuove soluzioni tecnologiche sviluppate e in via di sviluppo) su superfici artificiali già esistenti piuttosto che occupando suolo naturale ed agricolo.

7. TUTELARE FORESTE E BIODIVERSITA’

Un discorso a parte riguarda l’utilizzo di bio-masse legnose. La politica europea, se da una parte include tra i suoi punti, l’incremento delle foreste (obiettivo 15), dall’altra prevede incentivi per l’utilizzo delle bio-masse legnose, anche se in nessun modo è giustificabile la presunta rinnovabilità del legno (ovvero dei boschi e delle foreste) considerata la diversa scala temporale dei processi di combustione del legno e di crescita degli alberi. Secondo un recente studio (Ceccherini G., Duveiller G., Grassi G., Lemoine G. Avitabile V., Pilli R., Cescatti A. ,2020, ,Abrupt increase in harvested forest area over Europe after 2015, Nature, vol. 583, pp. 72–77), il nuovo indirizzo bio-economico della politica comunitaria, finalizzato a raggiungere la neutralità climatica nel 2050, è in stretta correlazione con l’incremento dei tagli nelle foreste, il che non è in contraddizione con l’aumento delle superfici boscate (argomento principe dei sostenitori a diverso titolo di maggiori prelievi legnosi) prese nel loro insieme, ovvero comprendendo nel conteggio, insieme ai cosiddetti boschi alti (ossia quelli formati da alberi alti più di 5 m), anche le superfici boscate a carattere di cespuglieto. In particolare la situazione dell’Italia sembra essere tra le più gravi perché le utilizzazioni forestali dal 2004 al 2018 sono aumentate del 70% circa. Come ben argomentato nello studio sopra riportato, al quale rimandiamo, “i danni, diretti ed indiretti”, prodotti dalla gestione forestale volta alla produzione di biomasse “per l’ambiente forestale, la salute umana e la stessa economia sono enormi”. È pertanto urgente un’inversione di rotta verso una gestione forestale che abbia al suo centro la tutela della foresta in quanto habitat e della complessità dei servizi ecosistemi che offre all’uomo e all’ambiente.

8. A VOLTE RITORNANO

Sembra che per la terza volta si profilino all’orizzonte progetti di impianti eolici che dovrebbero interessare i principali crinali del nostro Appennino. A Pobbio, in val Borbera, qualche proprietario ha ricevuto la proposta di installare un anemometro sui suoi terreni. Intanto, sui monti di Caldirola vola un drone con il dichiarato scopo di compiere rilievi fotografici per la realizzazione di un impianto eolico.

Già nel 2005 e poi ancora nel 2010-2011 i generosi incentivi statali allora concessi ai prezzi dell’energia da fonte eolica stimolarono l’attenzione degli imprenditori del settore nei confronti dei crinali montani delle alte valli Staffora, Curone e Borbera. Furono presentati numerosi progetti per collocarvi decine di aerogeneratori. Nessuno di essi si è concretizzato: i proponenti hanno dovuto prendere atto di una serie di precisi e importanti vincoli: geologici (l’instabilità dei nostri versanti), tecnologici (la distanza dai “nodi” della rete elettrica ad alta tensione) e normativi (non è possibile realizzare simili impianti nei siti Natura 2000 – quale è la ZSC istituita per la dorsale Ebro Chiappo – e il piano paesaggistico regionale esclude che si possa realizzarli sui crinali tutelati dai cosiddetti “Galassini”, un regime di vincolo che interessa sia l’intero tratto compreso tra il Chiappo e il Giarolo sia il versante piemontese dello spartiacque con la valle Staffora).

Negli ultimi anni (mentre l’incentivazione economica all’eolico si è ridotta), l’aggravarsi della crisi climatica ha reso inderogabile l’avvio del processo di “decarbonizzazione” del pianeta. Sono stati fissati sacrosanti obiettivi a livello nazionale, europeo e mondiale. Per conseguirli, il principale strumento è stato individuato nel massiccio ricorso alle energie rinnovabili. I più accorti tra gli studiosi hanno avvertito che, se questo strumento ha un ruolo indiscutibile per giungere a una transizione ecologica, per essere efficace il processo dovrà fondarsi sulla decisa riduzione dell’utilizzo delle risorse naturali accompagnata dalla massima efficienza nel loro impiego. Occorrono urgenti misure in questo senso, ma, nel discorso pubblico, riesce difficile mettere in discussione il dogma di una crescita senza limiti (vedi punto 2), una priorità apparentemente non negoziabile.

La realizzazione di impianti per produrre in forma rinnovabile tutta l’energia necessaria ad alimentare questa crescita è allora raffigurata come un obiettivo da conseguire senza se e senza ma, minimizzando le diverse criticità che ciascuna tecnologia ha in sé (vedi punto 2) e, spesso, muovendo gratuite accuse a chi le segnala. Frutto di questo clima culturale è la revisione del Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) approvata in Piemonte nel marzo 2022: si è voluto dare un “segnale” inserendo nella programmazione anche la realizzazione di impianti per l’energia eolica, pur ammettendo che si tratterebbe di una produzione ben modesta a fronte del complessivo “bilancio energetico” piemontese. Il PEAR ha individuato alcune aree “vocate” a questo scopo, e i nostri crinali sono una di esse. L’autore del PEAR, constatato che esistono i vincoli normativi di cui ho detto, senza soffermarsi sulle ragioni per cui essi sono stati adottati, ha scritto nero su bianco nel piano che l’auspicio della nostra regione è che siano rimossi. Presto potrebbe accadere: se e in che modo, lo capiremo dal contenuto del provvedimento, in corso di emanazione da parte del governo, che fisserà a livello nazionale i criteri per individuare le aree idonee all’installazione di impianti energetici da fonti rinnovabili. Ecco spiegato il rinnovato attivismo nel nostro territorio degli “sviluppatori” di impianti eolici.

legge sulla caccia: una pessima modifica

Siamo completamente d’accordo con le analisi e i giudizi contenuti nel comunicato delle associazioni piemontesi. Di seguito il testo.

” La Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha approvato, all’alba del 21 dicembre scorso, un emendamento al Disegno di Legge sul bilancio della Stato che rappresenta un clamoroso regalo di Natale al mondo venatorio. La norma, infatti, cancella i cosiddetti “metodi ecologici”, cioè incruenti, che fino ad oggi dovevano prioritariamente essere applicati nel controllo di specie selvatiche che creano problemi alle attività umane. Con la nuova versione della legge, di conseguenza, la prima ed unica opzione risulta essere l’abbattimento. Abbattimenti i quali, ricordiamo, potranno avvenire ovunque, anche in ambiti cittadini ed all’interno di aree protette, e senza alcun vincolo di tempo: quindi anche al di fuori non solo delle tradizionali giornate di caccia, ma addirittura della stagione venatoria.

Con conseguenze sulla sicurezza pubblica e sulla militarizzazione del territorio che non è difficile immaginare.

Ma l’aspetto che maggiormente preoccupa chi ritiene l’ambiente naturale un bene primario e collettivo, la cui salvaguardia deve essere un preciso dovere di ogni amministratore pubblico, riguarda l’art. 19 bis, di nuova istituzione.Viene prevista l’adozione di un non meglio definito Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica, il quale dovrebbe occuparsi di “coordinamento e attuazione dell‘attività di gestione e contenimento numerico della presenza della fauna selvatica sul territorio nazionale mediante abbattimento e cattura.

Di nuovo, senza alcun limite, né di tipo territoriale, né di tempo. Ma nemmeno di specie, per cui è possibile che la norma si possa applicare non solo, come si potrebbe ipotizzare, a cinghiali ed altri ungulati, ma anche a specie protette, quali lupi ed orsi. Le attività di controllo della fauna, infatti, vengono esplicitamente considerate come “non costituenti esercizio di attività venatoria”, quindi nemmeno sottoposte alle regole della caccia.

In un periodo in cui le emergenze ambientali si stanno facendo sempre più reali e il cambiamento climatico comincia a mostrare tutta la sua gravità, ci pare assolutamente inaccettabile adottare misure che concorrono a degradare ulteriormente il contesto ambientale nel quale viviamo e dal quale traiamo tutte le nostre risorse.

Se non modifichiamo i nostri atteggiamenti nei confronti della natura, passando da politiche di rapina e distruzione ad una situazione di equilibrio, continueremo il nostro tranquillo avvicinamento alla distruzione dell’unico pianeta sul qualesiamo in grado di vivere.

Le scriventi Gruppi Politici e Associazioni contestano anche con forza il metodo adottato per far approvare le norme “libera caccia”: all’interno di una legge di bilancio, con la quale nulla hanno a che vedere, ma la cui approvazione risulta così molto più semplificata. Quindi, nessun confronto, nessun parere di quel mondo scientifico che pure non si esita a evocare ogni qualvolta succede qualche disastro ambientale, salvo dimenticare ciò che viene affermato inattesa dell’evento successivo.

Le Associazioni chiedono quindi con forza che il provvedimento venga ritirato e si riservano, in caso contrario, di adottare tutte le misure, anche legali, ritenute utili per evitare questa ulteriore concessione alle istanze dei settori più retrogradi del mondo venatorio.”.

Federazione Regionale di Europa Verde Verdi del Piemonte – Federazione Nazionale Pro Natura – Lega Ambiente Piemonte – LIPU – OdV Asti – OIPA ITALIA – OdV SOS Gaia – Quattropassianordovest – Comitato per la salvaguardia del Lago di Arignano

Foto e filmati dalla seconda edizione di Natura d’Appennino

Domenica 21 agosto, presso il Rifugio delle 4 Province di Capanne di Cosola: una giornata caratterizzata da una ampia e attenta partecipazione di numerose persone sia all’escursione mattutina sui crinali sia agli interventi degli esperti naturalisti. Di seguito alcune foto

QUI il link alla playlist che include il resoconto filmato di alcuni degli interventi scientifici.

Natura d’appennino – domenica 21 agosto

Domenica 21 agosto, Rifugio delle 4 Province – colonia Capanne di Cosola. Una giornata di confronto e divulgazione sulla natura e la biodiversità dell’Appennino settentrionale. La crisi ambientale e climatica sempre piu’drammatica deve essere affrontata in primo luogo difendendo, conservando e aumentando gli ambienti naturali e la loro biodiversita. L’Appennino e’ uno dei territori piu’ricchi di valore naturalistico. Suolo, flora, fauna, acque: scopriamone insieme la bellezza e l’importanza.