
Si sta configurando un’ennesima speculazione ai danni dell’ambiente naturale, dell’agricoltura e del paesaggio.
Come non bastasse il colossale impianto eolico che il solito oscuro e indefinito “sviluppatore” di progetti vorrebbe fosse realizzato sui crinali tra Giarolo, Boglelio e Chiappo, ora, sempre in nome della necessità di produrre energia pulita, si delinea una ulteriore minaccia ambientale per i nostri territori. A farsi avanti sono gli accaparratori di terreni naturali ed agricoli che, avanzando offerte economiche di gran lunga superiori al loro valore di mercato, puntano ad occupare questi terreni con stuoli di pannelli fotovoltaici. Già lo scorso 31 agosto 2023, a San Sebastiano Curone, durante un incontro pubblico sui bandi PSR, un famoso vignaiolo di Monleale aveva alluso all’esistenza del progetto di un grande impianto fotovoltaico sulle colline a ridosso della sponda destra del Curone tra Momperone e Brignano Frascata. Più recentemente, in valle Staffora, diversi proprietari di terreni stanno ricevendo una lettera da una agenzia immobiliare di Milano che si offre per intermediare l’acquisto di appezzamenti agricoli da parte di una – come al solito – non meglio specificata multinazionale, al fine di realizzarvi impianti fotovoltaici. Questa operazione è probabilmente da porre in relazione con il decreto governativo sull’agrovoltaico entrato in vigore il 14 febbraio, decreto che prevede incentivi ai sistemi fotovoltaici che rispondano a determinati requisiti.
Con l’agrovoltaico si vorrebbero superare le obiezioni dei contrari all’occupazione di terreno agricolo per impianti fotovoltaici “tradizionali”, prevedendo l’installazione di pannelli sospesi a una certa altezza dal terreno, ed immaginando che al di sotto possano continuare coltivazioni e produzioni agricole. Ma non è del tutto vero.
In un recente articolo sul periodico “Altreconomia” il professor Paolo Pileri del Politecnico di Milano dimostra in modo dettagliato che questo tipo di installazione “non è affatto indolore per il suolo, gli ecosistemi di superficie, le relazioni ecosistemiche tra suolo e vegetazione, gli equilibri ambientali, il paesaggio” (cfr anche l’approfondita inchiesta condotta in Francia dal sito “Reporterre”, tradotta in italiano sul sito storiedelbio.it) . Per sua parte, il presidente di Coldiretti Torino in una recente intervista ha dichiarato: “Si cerca di dare una qualunque impronta agricola soltanto per giustificare l’impianto sugli unici terreni oggi facilmente acquisibili, cioè quelli agricoli … per giustificare la “parte agricola” spesso, semplicemente, si seminano misticanze di erbe che vengono falciate una o due volte l’anno e per questo vengono giustificate come coltivazioni foraggere. Oppure si mettono 2-3 arnie nel recinto dell’impianto e si fanno passare come “apicoltura”. Gli apicoltori veri conoscono gli effetti dei campi elettromagnetici sulle api e non hanno bisogno di campi fotovoltaici ma di ambienti agronaturali sani come quelli che i nostri agricoltori si sforzano di realizzare ogni anno di più, come richiede l’Unione Europea. Il fotovoltaico va incrementato, ma utilizziamo i tetti delle città, i tetti delle aziende, i piazzali asfaltati, le aree industriali dismesse. Non poniamo limiti al fotovoltaico delle aziende agricole, ma senza occupare nuovo suolo agricolo.”
Anche questa volta, così come sta avvenendo nel caso degli impianti eolici, tutto viene calato sul territorio senza alcuna partecipazione della popolazione locale e dei suoi rappresentanti. Per esercitare il doveroso compito di controllo democratico, le istituzioni pubbliche sono tenute ad esaminare ciascuna ipotesi di progetto, replicando con puntuali osservazioni. A svilirne il ruolo, fin quasi a vanificarlo, specie per quanto riguarda le amministrazioni comunali, concorrono sia gli strettissimi vincoli temporali posti dalle norme, sia un significativo deficit di competenze tecniche reso evidente dalle recenti vicende del PNRR.
Di fatto, tutto sta avvenendo nella totale opacità e assenza di pianificazione, utilizzando meccanismi speculativi (come la sopravalutazione di terreni spesso incolti o di scarso rendimento), e soprattutto senza alcuna attenzione alle criticità che la realizzazione di tali impianti determinerebbe.
Riteniamo assolutamente necessario e urgente che si ponga in atto un’opera di informazione su questa nuova pericolosa iniziativa estrattivista (che ha già purtroppo fatto molti danni ambientali e paesaggistici in altre Regioni di Italia). Ribadiamo che la transizione energetica non può avvenire compromettendo la qualità ecologica dei territori naturali ed agricoli, ma al contrario deve fondarsi sulla salvaguardia degli stessi.